Sergio Larrain e le immagini dei bambini del Cile

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Non capisco niente di fotografia. Il massimo delle mie distinzioni è che le immagini di McCurry non le sopporto perché mi sembrano false (quanto perfette e bellissime) e quelle di Paolo Pellegrin mi sbattono in faccia la realtà e mi fanno sentire in colpa; che Cartier-Bresson ha delle geometrie che ti domandi se ha passato una vita per realizzare ogni singola fotografia e le sue foto sono davvero un linguaggio, tanto che te le ricordi come se fossero delle citazioni; e che Capa è riuscito a raccontare spesso meglio di quanto abbiamo fatto noi storici. E che alla fine Salgado mi sembra il più grande e poi mi commuove.

Insomma, presumo che siano un sacco di banalità per chi ama la fotografia e ne capisce. Con tutto questo carico di ignoranza, qualche giorno fa sono andato a vedere a Roma la mostra dedicata alla agenzia Magnum (http://www.arapacis.it/it/mostra-evento/magnum-manifesto), dove ho letto come è nata e chi erano i cinque fondatori, e delle ragioni per cui l’hanno creata. E poi centinaia di fotografie in mostra, con gli originali e le pagine delle riviste dove le fotografie sono apparse. A dirci – a dire a me – come il racconto fotografico sia più complesso di quanto si possa credere.

Ma soprattutto sono rimasto folgorato dalle fotografie di Sergio Larrain (https://en.wikipedia.org/wiki/Sergio_Larraín), un nome che non avevo mai sentito. In mostra ci sono alcune delle sue immagini dedicate ai bambini poveri e emarginati del Cile negli anni Cinquanta, alcuni scatti che restituiscono in modo folgorante l’assoluta assenza di tutto, la disperazione di chi è costretto a vivere per strada, la sporcizia, l’importanza di oggetti e piccole cose che per chiunque sarebbero inutili o invisibili.

I volti senza sorriso di quei bambini o con un sorriso di quelli che viene fuori a ogni bambino davanti a una macchina fotografica, i loro corpi smunti e rattrappiti dal freddo, i vestiti larghi che chissà dove li hanno presi. E poi una foto sopra alle altre: un pezzo di selciato sul quale campeggiano poche monetine,  forse il risultato di una lunga attesa di elemosina e poi a un lato si scorge un ginocchio e un pezzettino di gamba di un bambino, così sporco, così nero che puoi immaginare tutta la povertà del mondo. Più di quanto possa fare un saggio, più di quanto possa fare un racconto. O forse è tutto questo insieme.

I bambini soldato di Erdogan

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I bombardamenti continuano a uccidere migliaia di civili, tra cui centinaia di bambini, in Siria nell’indifferenza politica generale. Non c’è altrettanto nulla di nuovo – ma anzi qualcosa di profondamente novecentesco – nelle immagini che arrivano dalla Turchia. Sono le immagini di una militarizzazione dell’infanzia tipica di tutti i regimi autoritari, di un protagonismo deviato che mette al centro i bambini come motivazione della guerra e come soggetti mobilitati in prima linea e pronti a combattere.

Il presidente Erdogan sta partecipando a una manifestazione di massa nella provincia di Maras e le immagini che ci arrivano mostrano bambini festeggianti, in divisa militare, che sventolano bandiere. Poi la telecamera si concentra sul volto commosso di una bambina, anche lei con la divisa e il berretto da soldato.

 

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Erdogan la vuole sul palco e piano piano la bambina lo raggiunge, con il volto rigato dalle lacrime. Non so il turco ma un tweet di un noto giornalista turco, costretto a lasciare il paese, sintetizza le parole del presidente: 

 

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Mi ricorda la mobilitazione dei bambini per la guerra voluta da Khomeini nel 1982 per combattere contro l’Iraq. Agli allievi delle scuole, tra i 12 e i 18 anni, fu permesso di arruolarsi nell’esercito e gli veniva consegnato un modulo di iscrizione chiamato “passaporto per il Paradiso”. Poche settimane di arruolamento, poi il fronte, spesso saltando sui campi minati perché costretti ad attraversarli per garantire poi il passaggio delle truppe. In otto anni persero la vita circa 100 mila bambini iraniani. Samir aveva quattordici anni quando si arruolò: “In televisione facevano vedere un ragazzino vestito da soldato, con la pistola e la fascia rossa del basij intorno alla testa. Raccontava quanto è bello essere dell’Islam, e combattere contro gli Iracheni, per la libertà. Poi malediceva gli iracheni e tutti soldato gli arabi, e diceva che non erano buoni musulmani. E poi ci invitava a seguirlo e andare in guerra. Noi non capivamo parole come ‘patriottismo’ o ‘martirio’. O perlomeno, io non le capivo. Era solo un bellissimo gioco e un modo per far vedere ai tuoi amici che eri diventato grande e non eri più un bambino. Ma la verità è che noi eravamo davvero solo dei bambini” [E. Karsh, The Iran-Iraq War 1980-1988, Osprey Publishing, Oxford, 2002, p. 64].

Ancora su Anne Frank e l’abuso della sua immagine

22555261_1968005346792674_5231448916943128320_nQuesta immagine sarebbe stata distribuita ieri allo stadio ai tifosi della Lazio. Qualcuno ha messo in dubbio che il fatto sia materialmente avvenuto e che quindi la notizia e l’immagine non sarebbero autentiche. In realtà, come potete leggere in questo articolo (https://www.nextquotidiano.it/anna-frank-maglia-roma/) esiste un preciso precedente, risalente al 2013, nel quale la stessa immagine apparve su muri e cartelli di Roma con la stessa intenzione, razzista e antisemita, di far coincidere il “nemico” calcistico con quello razziale.

Non fu individuato alcun responsabile e la vicenda venne dimenticata. Ora torna agli onori della cronaca, negli stessi giorni in cui si sarebbe voluto rinverdire i fasti della marcia su Roma e, come raccontato anche su questo blog, l’immagine di Anne Frank è stata utilizzata per vendere costumi per bambini per Halloween.

Non è certo una novità l’appartenenza neofascista e neo nazista di parti delle tifoserie e dei loro leader. Non stupisce, quindi, che nel loro rappresentarsi utilizzino spesso tutto l’armamentario del linguaggio e dell’immaginario antisemiti. Ma usare così il volto di Anne Frank non è solo uno sfregio alla vittime e alla memoria della Shoah, ma è soprattutto un atto di imbecille ignoranza. La risposta non può essere in leggi repressive;  si combattono questi gesti e questi rigurgiti investendo in cultura, educazione e conoscenza. Lo so: è decisamente più faticoso, lento nel suo sedimentarsi e non dà grandi risultati in campagna elettorale ma restituisce un paese più civile ed effetti solidi e duraturi.

La memoria fotografica e un venditore di palloncini

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Questa fotografia viene scattata nel febbraio 1941, nel ghetto di Varsavia, dal trentacinquenne Joe Julius Heydecker un soldato della Wehrmacht, inviato in Polonia con la compagnia Propaganda 689 come assistente di laboratorio fotografico. Nel ghetto vede intorno a sé i volti emaciati dei bambini, le teste chine dei passanti che devono togliersi il cappello quando passa un tedesco, i mendicanti di tutte le età lungo le strade, le stanze con decine di persone che le abitano, stese sul freddo pavimento. Heydecker, che non è un fanatico nazista, anzi per cultura e formazione sente di essere un “nemico” del regime di Hitler, decide così di documentare, con la macchina fotografica, la realtà del ghetto, convinto «che di tutte quelle infelici persone si fosse decisa, anzi premeditata, la morte».

Il centinaio di immagini che Heydecker realizza, vengono nascoste e conservate dalla moglie la quale, arruolatasi nel servizio civile, raggiunge il marito a Varsavia. Nel dopoguerra, Heydecker si mette subito in contatto con gli Alleati, parla il 4 novembre 1945 alla radio di Varsavia – portando la prima testimonianza oculare di un tedesco sugli orrori del ghetto –, diventa noto per un libro sul processo di Norimberga ma quelle fotografie rimangono chiuse in un cassetto. Solo quarant’anni dopo, ormai trasferitosi in Brasile, decide di pubblicarle, senza tuttavia trovare alcun editore tedesco disponibile. Una prima versione del volume di fotografie vede la luce nel paese sudamericano, poi nel 1983 esce anche l’edizione tedesca. Di questo reportage sul ghetto di Varsavia vi è anche una versione italiana (Il Ghetto di Varsavia. Cento foto scattate da un soldato tedesco nel 1941, La Giuntina, Firenze, 2000).

Le fotografie di Heydecker sono forse meno esemplari della violenza esistente nel ghetto rispetto, per esempio, a quelle scattate a Varsavia da un altro soldato tedesco, Heinz Jöst, nel settembre 1941, e caratterizzate dagli aspetti più disumani e crudeli, specie attraverso le immagini dei corpi scheletriti dei bambini riversi e morenti sulle strade. Tuttavia, Heydecker sembra voler testimoniare – specie attraverso l’insistenza sui volti – la sofferenza più profonda, quella dell’umiliazione, dell’offesa all’umanità e alla dignità. Vi è parallelamente una costante attenzione alla vita quotidiana, al gesto consueto, ad una sorta di normalità di cui lo stesso fotografo non riesce a dare conto dopo tanti anni, sapendo come poi in breve tempo le condizioni del ghetto e dei suoi abitanti sarebbero decisamente peggiorate.

Torniamo quindi a quella fotografia: nell’immagine dove un gruppo di persone sembra camminare compatto verso la macchina fotografica, emergono al di sopra delle teste alcuni palloncini: «In tutti gli anni passati – scrive Heydecker –, finché questa foto non fu ingrandita, se mi avessero domandato se nel ghetto mi ero imbattuto in un venditore di palloncini per bambini, avrei giudicato del tutto stravagante la domanda ed escluso la possibilità; tuttavia la fotografia lo prova: in principio c’erano ancora i palloncini nel ghetto di Varsavia. Bisogna essere prudenti coi ricordi».

La scomparsa del venditore di palloncini può essere accostata al verso di una poesia di un bambino di Terezin che recitava «le farfalle non vivono nel ghetto». Eppure i disegni, le poesie e le fotografie di Heydicker ci ricordano anche che il gioco, le pratiche e gli sguardi dei bambini sono strumenti di analisi e testimonianze di un passato nel quale altrimenti non avrebbero voce.

Le diverse frontiere di Steve McCurry e Paolo Pellegrin

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Le fotografie di Steve McCurry sono perfette. Restituiscono paesaggi e persone esattamente come le vogliamo immaginare. Non spostano di un centimetro il nostro immaginario esotico, anzi lo rafforzano e gli garantiscono nettezza. McCurry riproduce i luoghi che vorremmo visitare, i colori che sogniamo, la serenità bucolica e antica che si contrappone alla nostra quotidianità frenetica, rumorosa e francamente brutta. McCurry non costringe a farsi domande, a interrogarsi sul mondo, a cercare di scoprirlo nelle sue contraddizioni e ferocia.

È questo, perlomeno, che ho ricavato guardando la mostra che fino al 26 novembre è esposta al Forte di Bard (http://www.fortedibard.it/mostre/mostre/steve-mccurry-mountain-men). Quello che colpisce di più, però, è l’immagine dei bambini che emerge. Sia chiaro: niente so di fotografia e quindi il mio non è un giudizio sulla carriera fotografica di McCurry né tantomeno una valutazione estetica. È invece una sensazione di disagio di fronte a una rappresentazione senza scarti, che ci conforta perché ci dice che, sì, le difficoltà, la povertà, la fatica del vivere si addensa in quelle terre e nella vita di quei bambini, ma i loro volti non sono così deturpati, intristiti, svuotati. Sono i visi dei bambini che l’Occidente vuole vedere senza sentirsi in alcun modo responsabile.

A qualche centinaio di metri dalla mostra di McCurry si può visitare quella di Paolo Pellegrin, Frontiers, dove i visitatori diventano assai di meno. Ma lì entri nella realtà degli sbarchi e della disperazione (http://www.fortedibard.it/mostre/mostre/paolo-pellegrin-frontiers). I migranti – e i bambini migranti che Pellegrin racconta – entrano nella nostra carne, ci costringono a guardare interrogandoci. Fotografie che ci parlano consapevolmente di frontiere, di mondi separati e che lavorano per aumentare le distanze. Che ci parlano di persone vere. Fotografie che non sono vicine a noi solo fisicamente ma eticamente. Il coloro vivo, curato, limato e costruito di McCurry e poi il bianco e nero di Pellegrin, dall’esaltazione della cornice all’asciuttezza della realtà, tragicamente poetica.

Omran, Alex e Obama

Una delle fotografie più famose del conflitto siriano è stata scattata nell’agosto 2016 dal fotoreporter Mahmoud Raslan ed è questa:

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Questo bambino si chiama Omran Daqneesh, ha cinque anni ed è seduto sul seggiolino aran­cione di un’ambulanza, sporco e insanguinato, lo sguardo vuoto, forse spaventato. La sua casa è stata bombardata ma lui e i suoi fratelli – di uno, sei e undici anni – sono stati tratti in salvo.

La storia di Omran ha un’appendice qualche mese dopo. Alex ha sei anni e abita dall’altra parte del mondo, a Scarsdale, Stato di New York, USA.

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Scrive una lettera direttamente al presidente americano, al quale chiede di portare Omran a casa sua, dove avrà una famiglia e lui come fratello. Obama ne rimane così colpito che la settimana dopo legge la lettera di Alex al summit delle Nazioni Unite sui rifugiati, aggiungendo: “He teaches us a lot. The humanity that a young child can display, who hasn’t learned to be cynical, or suspicious, or fearful of other people, because of where they’re from, or how they look, or how they pray. We can all learn from Alex”.

 Quando un anno fa il “Washington Post” ha raccontato questa storia (https://www.washingtonpost.com/news/worldviews/wp/2016/09/22/we-will-give-him-a-family-6-year-old-boy-writes-obama-about-refugee-brother/?utm_term=.f2105c1f33ea) un suo lettore ha commentato: “How would you explain to your own children that you condemned kids their age to starve to death? We started a war. If we don’t want to take in refugees, then why create them? Condemning children because of the choices their parents made is bad enough. Condemning children because of the choices we have made is very dark. When people call us evil, should we prove them right?”

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 Durante la presidenza Obama, gli Stati Uniti hanno accolto circa 30 mila rifugiati siriani. Trump ne ha bloccato l’ingresso come uno dei primi atti della sua presidenza.

Elizabeth Eckford: storia di una fotografia

Elizabeth EckfordLe due protagoniste di questa fotografia – scattata da Will Counts esattamente 60 anni fa, il 4 settembre 1957, a Little Rock, in Arkansas – si chiamano Elizabeth Eckford e Hazel Bryan. Sono due ragazzine, hanno entrambe quindici anni. Elizabeth ha gli occhiali, un libro sottobraccio e si sta incamminando verso la scuola. Per lei, come per altri otto giovanissimi studenti afroamericani (sei femmine e tre maschi), dovrebbe essere il primo giorno in un liceo “bianco”, la Little Rock Central High School. Grazie al loro alto rendimento scolastico e in seguito ai primi tentativi di superare la discriminazione razziale, ai Little Rock Nine – come vengono chiamati – viene concesso di iscriversi.

Il governatore dello Stato, Orval Faubus, ordina però alla Guardia Nazionale di circondare l’area per impedire il loro ingresso nel liceo. Le famiglie dei tre ragazzi e di cinque ragazze decidono di rinunciare, l’unica che non si tira indietro è Elizabeth. Dietro di lei, nella fotografia, si vede un’altra ragazzina, bianca e con il volto contratto dalla rabbia. È Hazel e fa parte della folla che insulta Elizabeth, che le urla di tornarsene a casa, perché la gente di Little Rock è contraria all’integrazione: Two, four, six, eight! We don’t want to integrate”, scandisce Hazel insieme agli altri, facendolo seguire dal grido “Lynch her! Lynch her!”.

Elizabeth continua per la sua strada. Le tremano le gambe ma mostra un grande coraggio. Quando arriva di fronte alla scuola trova i militari che le impediscono di passare. Appena fa un passo, alzano i fucili, formando una barriera invalicabile, e la guardano in modo minaccioso. Mentre le persone continuano a gridare e insultarla, Elizabeth è costretta a prendere un bus e tornare a casa. La foto fa rapidamente il giro dell’America e il presidente Eisenhower, suo malgrado, decide due settimane dopo di intervenire, inviando i soldati per consentirle di entrare a scuola; soldati che rimangono tutto l’anno a sorvegliare la scuola.

L’anno successivo, su ordine del governatore, tutti i licei di Little Rock rimangono chiusi. The Lost Year costringe 3 mila studenti a non frequentare o a cercare in altri contee una scuola, e questo solo per impedire che i Little Rock Nine non entrino in un’aula. Anche Elizabeth deve cercare in un altro stato un liceo dove iscriversi. A fatica ma riesce a diplomarsi. Cinque anni dopo quella fotografia riceve le scuse da Hazel, che nel frattempo ha deciso – per farsi perdonare – di dedicare parte del suo tempo al volontariato a favore delle donne nere in difficoltà.

La prima legge contro il lavoro minorile negli Usa

Breaker boys working in Ewen Breaker of Pennsylvania Coal Co. For some of their names see labels 1927 to 1930. Location: South Pittston, Pennsylvania.

Lewis Hine insegna sociologia a New York all’inizio del Novecento e spinge i suoi allievi a utilizzare la macchina fotografica come strumento di denuncia e di miglioramento della società. Nel 1907 diventa il fotografo della National Child Labor Committee e per dieci anni attraversa gli Stati Uniti per documentare la condizione del lavoro minorile, nelle campagne, nelle fabbriche, nelle miniere. Il suo lavoro contribuisce all’approvazione da parte del Congresso, nel 1916, della prima legge che mette dei limiti di età e di orari al lavoro dei bambini.

Alcune delle sue foto si possono vedere a questo indirizzo: http://bit.ly/1MTeTvG

 

L’innocenza distorta

143940415-8de9c426-d753-42e5-86a3-df7e19dc9968I manifesti sono sei metri per tre, sono stati affissi nella provincia di Catania e comunicano che il 20 settembre 2015 si celebra il battesimo di Antonio, figlio del pregiudicato Francesco Rapisarda, detto Ciccio Ninfa.  residente a Giarre e che, come scrive La Repubblica, è “ritenuto dagli investigatori vicino al clan Laudani, indagato in passato per associazione mafiosa”.

Il piccolo ha la coppola ed è “cosa nostra” annunciano i genitori. I manifesti sono stati rimossi su ordine del questore di Catania, ma dopo il funerale romano dei Casamonica quella immagine sembra volerci ricordare che esiste un’impunità che nasce non dalla forza dell’illegalità ma dal silenzio dello Stato, dal disinteresse verso il Sud, da una debole lotta politica a una mafia (in tutte le sue declinazioni locali) che non si deve neanche nominare, sembrano dire il governatore della Campania e il sindaco di Napoli.

E poi c’è un bambino, simbolo di un’infanzia di cui tutti in questi tempi appaiono aver compreso la forza iconica, di cui viene forzata la sua innocenza reale espandendola a quella presunta degli adulti, anziché vedere in quell’abuso pubblico della sua immagine una colpa ulteriore.

Lo spazio dell’immagine, lo spazio della parola

untitledNel suo editoriale su La Stampa, il direttore Mario Calabresi si domanda se si può pubblicare su un giornale e in prima pagina la foto di un bambino morto: “Fino a ieri sera ho sempre pensato di no. Questo giornale ha fatto battaglie perché nella cronaca ci fosse un limite chiaro e invalicabile, dettato dal rispetto degli esseri umani. La mia risposta anche ieri è stata la stessa: ‘Non la possiamo pubblicare’”.  Ma poi aggiunge: “Ma per la prima volta non mi sono sentito sollevato, ho sentito invece che nascondervi questa immagine significava girare la testa dall’altra parte, far finta di niente, che qualunque altra scelta era come prenderci in giro, serviva solo a garantirci un altro giorno di tranquilla inconsapevolezza. Così ho cambiato idea: il rispetto per questo bambino, che scappava con i suoi fratelli e i suoi genitori da una guerra che si svolge alle porte di casa nostra, pretende che tutti sappiano”.

Il travaglio di Calabresi è anche il mio, non perché abbia analoghe responsabilità ma perché ognuno di noi, quando si trova di fronte a un’immagine del genere, dovrebbe porsi queste domande prima di postare, twittare, pubblicare in qualsiasi forma corpi e vite che meritano dignità, delicatezza e rispetto, indipendentemente dalla vita o dalla morte. E’ un atto politico? Un necessario messaggio alle coscienze? Un dovere di informazione? Non lo so fino in fondo. So che non è la stessa cosa della bambina vietnamita colpita dal napalm, del bambino che a Varsavia esce dalla casa con le braccia alzate. Non è la stessa cosa perché l’invasione visiva che oggi conosciamo ha tolto molto del valore simbolico e iconico di queste fotografie, ha abbassato la soglia dello stupore, ha confuso e intrecciato immagini di gatti, di vacanze e di stragi, di corpi al mare e di corpi straziati. Insomma, ha straordinariamente ampliato l’orizzonte della libertà, ma non quello della responsabilità.

Ci voleva proprio, per questo, l’intervento di Stefano Chiodi, Malgrado tutto (http://bit.ly/1fWvRgN) su Doppiozero, che consiglio di leggere affiancandolo all’articolo di Ferdinando Sanna sulla stessa rivista (http://bit.ly/1te9I2C). E tuttavia, dopo averlo letto e condiviso per la sua intelligenza, specie per aver concentrato l’attenzione sull’uso delle immagini anziché sulla polemica se si deve o non si deve pubblicarle, non ne esco convinto e rasserenato. Mi sento al contrario ancor più interrogato come essere umano, padre, cittadino. Mi rifugio nello spazio della parola, perché ho bisogno di riflettere prima di guardare e dopo aver guardato, e tradurre tutto questo non in una didascalia ma in un discorso, in una narrazione. Per questo studio i bambini in guerra, non perché mi commuovono ma perché riconosco in loro le domande che mi muovono.

Che fare dunque? Non penso vi siano ricette ma doveri etici e intellettuali. Primo fra tutti, riconoscere la singolarità delle vittime. Bene hanno fatto i giornali a raccontare, per quanto si sa, la storia di Aylan, che aveva tre anni, un fratellino di cinque, dei genitori. Non è poca cosa costringerci a pensare alla persona anziché al simbolo, non rinchiudere una vita nel suo uso pubblico, che certo non si può impedire ma si può articolare e in qualche modo liberare. E’ un modo per mettere al centro non la vista ma lo sguardo, rompere la distanza tra vite e condizioni incomparabile e forse incomprensibili. E’ un modo soprattutto per mettere al centro non la generica coscienza collettiva bensì la nostra individuale responsabilità.

Secondariamente collocare ogni singola storia nel contesto storico e reale, dare corpo a ogni vicenda, studiare il mondo nel quale viviamo. Comprendere insomma quei linguaggi, quei bisogni, quelle paure, che sono così diversi da quelli che frequentiamo nel quotidiano e che siamo naturalmente portati a ricondurre al nostro universo noto. E ancora: cercare le parole, impedirci di collocarci placidamente in un discorso pubblico tanto retorico quanto vuoto. Disperazione, colpa, comparazioni improprie, pianto, commozione: sono tutti sentimenti e punti di vista legittimi ma che, a mio modo di vedere, ci pongono in uno spazio intellettuale immobile, dove il nostro punto di vista e soprattutto la nostra vita non si sposta di un millimetro, pronti per nuovi orrori, pronti per una nuova Grecia, pronti un altro gatto da fotografare.