Un’altra sfida (vinta) di Frediano Sessi

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Nulla è indicibile, tutto si può dire e raccontare. Il problema è trovare le parole e sapere che alcuni temi sfidano la capacità umana di comprensione e di assimilazione. Ma affermare che qualcosa sia indicibile è contro la storia e ha come conseguenza di espellere dalla conoscenza ciò con cui invece dobbiamo confrontarci.

Frediano Sessi lo fa da sempre, da storico e scrittore, in un’immersione faticosa e dolorosa quanto necessaria nella storia e nella letteratura della Shoah. Con Auschwitz Sonderkommando. Tre anni nelle camere a gas (Einaudi Ragazzi, 2019) fa un passo ulteriore, entrando con chiarezza e delicatezza nel luogo stesso dello sterminio, nelle camere a gas e nei crematori di Auschwitz, nella vita e morte del Sonderkommando.

Sessi racconta, in forma letteraria ma con analiticità e acribia di storico (la vicenda è ricostruita sulla base degli atti del processo di Francoforte nel 1964), la storia di Filip Müller, un ebreo slovacco, che a ventun’anni, nel 1942 venne deportato nel Lager nazista in Polonia dove per tre anni fece parte del Sonderkommando, ossia del gruppo che si occupava nei crematori di bruciare i cadaveri degli ebrei assassinati dai nazisti.

Il suo è un racconto di un dialogo tra lui e Johanna, una giovane infermiera tedesca che  si prende cura di lui e del suo racconto, che amorevolmente lo porta a far emergere ciò che vorrebbe dimenticare. Negli incontri che si dipanano dalla liberazione campo di sterminio al processo di Francoforte nel 1963-64 contro ventidue imputati per i crimini commessi ad Auschwitz, le sue parole si trasformano nel bisogno civile e umano di raccontare perché rimanga traccia e non si dimentichi Auschwitz e la Shoah.

Ma è anche qualcosa di più, ossia il bisogno che la vicenda degli uomini del Sonderkommando non sia confusa con quella degli assassini, anzi che proprio in ciò che furono costretti a fare risieda uno dei crimini esemplari del nazismo. Per questo Sessi fa raccontare a Filip anche dell’antisemitismo polacco e della ritrosia della Resistenza a intervenire. Per questo dedica pagine intense alla rivolta del Sonderkommando nell’ottobre 1944 e alla feroce repressione delle SS.

Sessi non toglie nulla alla brutalità della Shoah e di Aushwitz ma riesce a farlo con le necessarie mediazioni linguistiche e con l’umana delicatezza che bisogna avere quando si parla ai ragazzi. Senza nascondere nulla ma anche evitando che l’orrore li invada inibendone ogni pulsione e interesse alla conoscenza. E di questo – e di tutto il resto – dobbiamo ringraziarlo.

 

 

Dittatori da piccoli

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Leggi il titolo, L’infanzia del dittatori, e ti dici che in fondo gli editori i libri li devono pur vendere, e quindi devono acchiappare qualche lettore, ma che poi dentro ci saranno riflessioni interessanti.

Poi leggi sulla copertina ciò che qualche redattore ha scritto: “Dieci uomini che hanno contribuito a disegnare il mondo come lo conosciamo: HItler, Stalin , Mao e tutti gli altri hanno dimostrato, nel modo peggiore possibile, che un solo individuo basta a cambiare il corso della storia mondiale, a deportare o decimare intere popolazioni fino a sconvolgere completamente la fisionomia di una nazione”. E ti ripeti che oggi l”editoria va male e che se serve a invogliare il lettore ad avvicinarsi alla storia, passi anche questo.

Fai finta di non vedere l’immagine in copertina e leggi la quarta dove, con rara profondità storica, trovi, per esempio, questa perla: “Franco non perdonò mai al padre le sue scappatelle, da cui la morale rigida del franchismo”. Oppure che “con la giusta dose di orrore, paura e violenza, in quell’età cruciale che è l’infanzia, forse ognuno di noi può trasformarsi in un mostro sanguinario”.

Alla fine, però, il libro lo leggi. Purtroppo. E scopri una perfetta corrispondenza tra involucro e contenuto. Un misto di voyeurismo, cronachismo, banalizzazione della storia, della psicologia e della pedagogia, bibliografia secondaria (e terziaria, se esiste). Un perfetto compendio di ciò che un libro di storia, tanto più con una volontà divulgativa, non dovrebbe essere. Sembra scritto per diventare un programma di ItaliaUno. Forse lo faranno, se non lo hanno già fatto.

Maxima che dal gommone vide solo la luna

Maxima-679x350 (2)Sono tre pagine che tutti dovremmo leggere. Le ha scritte la giornalista Francesca Ghirardelli e le ha vissute Maxima, una quattordicenne siriana che ha attraversato il Mediterraneo ed è arrivata fino in Olanda, dove oggi vive ed è stata raggiunta dalla sua famiglia. La sua storia è diventata un libro, uscito due anni fa ma che io ho letto solo in questi giorni grazie al regalo che me ne ha fatto l’autrice (Maxima, Sola la luce ci ha visti passare, con Francesca Ghirardelli, Mondadori, 2016).

Maxima è una bambina siriana curda, cresciuta ad Aleppo ma che si è trasferita in un villaggio al confine con la Turchia. Da qui, nel 2015, decide – con il consenso dei suoi genitori – di provare ad affrontare la “rotta balcanica”, che deve condurla verso una vita possibile.

Il secondo nome di Maxima è Lava, che vuol dire “speranza” e il suo è un viaggio terribile ma anche di grande speranza e ottimismo. Non solo per lei ma anche nella convinzione che il futuro dei suoi genitori e di suo fratello sarà migliore. E in fondo il futuro di tutti i siriani. Non perché emigreranno tutti ma perché potranno tornare a vivere in pace nella propria terra. Una speranza forse ingenua ma chi è che non la coltiva?

Ma quali sono le tre pagine da leggere? Quelle del capitolo che si intitola Non ho visto nulla, a parte la luna. Quelle che raccontano la notte in cui lei e sua cugina e altre quaranta persone sono salite sul gommone e hanno affrontato il mare per raggiungere, )(per cercare di raggiungere, per sperare di raggiungere) l’isola di Lesbo. All’interno di un racconto che si dipana per infiniti luoghi e confini, tra difficoltà inimmaginabili per qualunque cittadino della civilissima Europa, attraverso incontri con persone generose o crudeli, attraverso paure e speranze che non sembrano avere cittadinanza, e pregiudizi che umiliano e feriscono: ecco in mezzo a tutto questo, quelle tre pagine dovrebbero far riflettere con molta attenzione.

Lì si legge la claustrofobia di un viaggio dove la luna è tutto ciò che vede Maxima perché gli altri le sono addosso, la coprono, la seppelliscono, la immobilizzano. Lì si legge il crescente terrore per l’acqua che inizia a riempire il gommone ed è un anticamera della possibile morte. Lì si legge il pensiero di finire annegati e della paura che rende  irrazionali e fa pregare con parole e sentimenti che vanno molto al di là del consueto. Lì si legge del silenzio per non essere intercettati dalla nave della polizia che potrebbe riportarli in Turchia e far fallire il viaggio. Lì si legge la felicità per la terra che si raggiunge, di pianti e risa, di ringraziamenti ad Allah. Sono tre pagine che, forse per la loro scrittura, forse per la loro realtà, fermano il respiro e ti fanno capire il sottilissimo confine tra vita e morte che accompagna ognuno dei profughi che attraversa il mare.

Il Corriere dei Piccoli e la prima guerra mondiale

Loparco1Furono circa i 12 milioni i bambini italiani che, al di sotto dei 14 anni, furono investiti da una capillare propaganda nel corso della prima guerra mondiale. Un terzo della popolazione, che fu raggiunto dalle lezioni e dai libri scolastici infarciti di educazione guerriera e di sostegno al “fronte interno”, da una narrativa per l’infanzia costruita ad hoc, dai giornaletti i cui contenuti bellici ed eroici crebbero con lo svilupparsi del conflitto.

In quel quadro di nazionalizzazione e militarizzazione dell’infanzia che il conflitto fece straordinariamente accelerare e che Antonio Gibelli ha giustamente fotografato con la categoria del “popolo bambino”, un ruolo significativo fu svolto dal Corriere dei Piccoli, che dal 1908 fu regolare supplemento del Corriere della Sera.

Per averne una idea si può leggere un volume pubblicato qualche anno fa (Fabiana Loparco, I bambini e la guerra. Il Corriere dei Piccoli  e la prima guerra mondiale (1915-1918), Nerbini, Firenze, 2011) che ne ricostruisce le vicende, dedicando uno spazio anche al ruolo propagandistico svolto durante la guerra di Libia.

Ma è appunto sul primo conflitto mondiale che Loparco concentra gran parte della sua attenzione, in uno studio analitico e curato, anche se a volte un po’ troppo didascalico e insistente su personaggi, storie ed episodi che forse avrebbero tratto giovamento da una presentazione più asciutta. Tuttavia, ciò non diminuisce il merito di un’analisi che fa soprattutto emergere una galleria di personaggi (Schizzo, Luka Takko, Abetino, Gianni, Tofoletto Panciavuota, Didì, quest’ultima unico personaggio femminile) che restituiscono l’articolazione di una pedagogia patriottica e bellica tutt’altro che monocorde, bensì assai attenta alle dinamiche del mondo infantile.

Il Corriere dei Piccoli non costruì personaggi e vicende solo in una dimensione parallela e subordinata all’andamento della guerra – atteggiamento che certo non mancò, specie nelle fasi iniziali più o meno caratterizzate dalla speranza di una veloce pace – ma si pose concretamente il problema di come far conoscere gli avvenimenti drammatici dell’epoca, mutando il tradizionale atteggiamento nei confronti dell’infanzia di “non far conoscere per proteggere”.

Come scrive l’autrice, il Corriere dei Piccoli “accompagnò i suoi lettori lungo un difficile percorso d’interpretazione e conoscenza delle vicende belliche allo scopo, sì di esaltare il senso di patria e di sacrificio, ma certo anche di portare alla conoscenza degli eventi e a conoscere gli errori che erano all’origine”.

 

I bambini nelle Teche Rai

imagesSeconda produzione di un film-documentario da parte delle Teche Rai (il primo è stato Pasolini, il corpo e la voce, di Maria Pia Ammirati, Arnaldo Colasanti e Paolo Marcellini), Bambini nel tempo di Roberto Faenza e Filippo Macelloni (Bambini nel tempo. L’Italia, l’infanzia e la TV, Teche Rai, Italia, 2015) appare il risultato di uno scavo tanto complesso quanto consapevole per cercare di descrivere l’intreccio tra le trasformazioni dell’Italia dagli anni Cinquanta a oggi, il mutamento delle forme di narrazione della televisione, e lo sguardo dell’infanzia. Le scelte dei registi sono chiaramente definite: è assente una voce fuori campo che definisca e costruisca un percorso interpretativo; centrali sono invece le voci dei bambini mentre quelle degli adulti non si sentono quasi mai; la cronologia viene rifiutata a favore di un continuo accostamento tra tempo di ieri e tempo di oggi per cercare di cogliere i cambiamenti o le persistenze dei problemi, degli sguardi, delle parole.

Per quanto sia trascorso un quarto di secolo dall’inchiesta di Luigi Comencini (I bambini e noi, 1970), il film-documentario di Faenza e Macelloni appare assai più vicino a quel racconto rispetto al recente I bambini sanno di Walter Veltroni (2015). E’ un riferimento che viene più che naturale, vista l’attenzione critica che quest’ultimo ha conosciuto e considerando come il discorso pubblico sull’infanzia abbia mostrato in questi tempi un considerevole slancio, non accompagnato purtroppo, nella maggior parte dei casi, da una parallela consapevolezza dei problemi connessi a un tale interesse. Tra i due film documentari le analogie non mancano, in particolare la divisione in capitoli, più o meno esplicitati (genitori, scuola, giochi, lavoro, soldi, amore e amicizia, sesso) oppure il gusto nella ricerca di una saggezza pura e atavica da parte dell’infanzia. “La vera maturità penso sia dopo i 75 anni o tra i 5 e i 12 anni, poi dopo…”, dice un protagonista di Bambini nel tempo. Il giornalista allora gli chiede: “E tra i 5 e i 12 chi ci sta?” E il bambino risponde: “Ci stanno quelli che governano, che fanno le guerre, che uccidono, quelli che fanno le cose brutte”. Tuttavia prevalgono le differenze e credo possano essere ricondotte a due aspetti principali, che costituiscono contemporaneamente gli elementi più significavi dell’opera di Faenza e Macelloni.

Il primo è di carattere generale e attiene alla sua dimensione storica, alla possibilità di osservare, sebbene in modo rapsodico, come siano mutati le mentalità, i modelli di famiglia, le pratiche scolastiche e lavorative, le forme di educazione e di punizione. Bambini nel tempo non sembra volerci darci un’indicazione – tutta adulta – su chi siamo e dove dovremmo dirigerci per rendere migliore l’Italia, non vuole restituirci un’infanzia che sa in contrapposizione a un mondo adulto che non sa più. Al contrario, mette in scena bambini che si interrogano lungo direzioni e modi che gli sono propri, con gerarchie e curiosità che non vogliono consegnarci la risposta che manca, quanto piuttosto uno sguardo complementare rispetto al mondo che siamo soliti osservare e giudicare. Non è un’inchiesta, non è un ritratto sociologico – per quanto i registi cerchino di restituire le differenze tra Nord e Sud, tra classi alte e basse – e nondimeno in questa curiosità e disponibilità si colloca, a mio modo di vedere, un legame forte con l’opera di Comencini.

La seconda ragione è l’ascolto. Come già Faenza aveva espresso con felice risultato in Jona che visse nella balena (1993), per parlare di infanzia è necessario provare a restituire gli occhi e gli sguardi dei bambini, anziché utilizzarli per commuovere o per rafforzare tesi o visioni del mondo. E’ un’operazione non solo difficile ma per certi versi impossibile, dato che sono gli adulti stessi a selezionare, destrutturare e ricostruire quel mondo infantile di cui dovrebbero dare conto e lettura. Fondamentali sono quindi il modo in cui ci si accosta, il rispetto e la sensibilità che attraversano un tentativo del genere, lo sforzo nel cogliere le priorità dell’infanzia, l’attenzione verso l’ascolto (che in questo caso significa registrare anche le dissonanze, le contraddizioni e l’apparente non senso nel suo essere caratterizzante anziché fonte di sorriso e divertimento).

Per queste ragioni, gli adulti sono in realtà molto presenti in Bambini nel tempo, perché sono figure essenziali nel mondo dell’infanzia. Sono adulti soprattutto in quanto genitori assenti, incapaci di ascoltare o inetti nel comprendere le esigenze dei bambini. Sono adulti che troppo spesso derubricano l’infanzia a un’età che non ha vere domande e problemi, alla quale si risponde solo con la cura, con il cibo, con il consumo, anziché con presenza, attenzione e appunto ascolto. Sono anche genitori che cambiano nel tempo del racconto: non più gli stessi che, come afferma un padre negli anni Sessanta, picchiano i figli con la frusta perché così non li danneggiano, mentre ciò potrebbe accadere se li punissero con uno schiaffo o un calcio. E non sono più gli stessi bambini che celebrano il padre “angelo della casa” che mantiene la famiglia e quindi per questo depositario del potere.  Nondimeno, la presenza viva e vitale di padre e madre costituisce il filo rosso di un bisogno che impara a entrare in relazione con i cambiamenti (primo fra tutti le separazioni) e pur rimane il cuore pulsante della propria inconsapevole educazione sentimentale.

I bambini di Faenza e Macelloni, che mostrano di avere progressivamente preso confidenza con il mezzo televisivo ma che continuano a chiedere di poter vivere fino in fondo la propria età (“Vorrei che gli anni dei bambini fossero un po’ più lunghi”, dice uno dei bambini intervistati), restituiscono un mondo infantile sufficientemente credibile – anche se naturalmente deformato dal duplice montaggio e dalla selezione operata dalle inchieste televisive e del documentario – e tale da ricordarci i rischi e gli abusi insiti in una rappresentazione, oggi così pervasiva, che trasforma il bambino in un’icona, ne cancella ogni soggettività e abusa del suo stupore e della sua sofferenza per trasformarlo in uno spettacolo.

[questa recensione è apparsa in Il mestiere di storico, IX/1, 2017]

“Il gorgo” di Beppe Fenoglio

BEPPE-FENOGLIONon avevo mai letto il racconto Il gorgo di Beppe Fenoglio. Ma per fortuna conosco persone intelligenti e colte, che fanno di questi regali.

Brevissimo, intenso, così ricco nella sua essenzialità che sembra un romanzo. Al centro un bambino di nove anni e suo padre, e una famiglia contadina delle Langhe, povera e colpita dalle disgrazie di una figlia ammalata, che nessun dottore sa curare (perché “la malattia era al di sopra della loro scienza”) e di un figlio in guerra, quella di Abissinia, da cui non manda più notizie. Il bambino è l’unico a vedere che quella disperazione porta il padre alla scelta di farla finita (“Non so come ma io a volo capii che andava a finirsi nell’acqua”) e sceglie di seguirlo fino al Belbo per impedirgli quel gesto.

Inizia un inseguimento, segnato dal diverso passo dell’adulto e del bambino, dalle parole sempre più dure ma anche sempre meno convinte del padre per farlo tornare a casa, dall’ansia del figlio che non sa cosa fare, che vorrebbe gridare perché non sa a chi chiedere aiuto. Ma soprattutto, quando il padre è nel fiume e gli punta il forcone affinché lo lasci solo, il bambino non può guardarlo negli occhi per la vergogna: “Eravamo quasi in piano, dove si sentiva già chiara l’acqua di Belbo correre tra le canne. A questo punto lui si voltò, si scese il forcone dalla spalla e cominciò a mostrarmelo come si fa con le bestie feroci. Non posso dire che faccia avesse, perché guardavo solo i denti del forcone che mi ballavano a tre dita dal petto, e sopratutto perché non mi sentivo di alzargli gli occhi in faccia, per la vergogna di vederlo come nudo”.

Ma in quel suo restare lì, non indietreggiare è come se il padre riconoscesse il figlio che si è fatto adulto, un coraggio che viene trasmesso, un amore e una responsabilità reciproche. In quella paternità riconquistata nei gesti e nella vicinanza, nel comune ritorno a casa, si chiude il racconto: “Tornammo su, con lui che si sforzava di salire adagio, per non perdermi d’un passo, e mi teneva sulla spalla la mano libera dal forcone ed ogni tanto mi grattava col pollice, ma leggero come una formica, tra i due nervi che abbiamo dietro il collo”.

 

PS. La persona che mi ha fatto il regalo di segnalarmi questo racconto, mi ha anche detto che la parola chiave, secondo lei, è “vergogna”. Ha ragione e se volete capire qualcosa di più leggetevi il libro di Boris Cyrulnik, La vergogna (Codice, Torino, 2011).

 

 

 

 

 

Il Lebensborn in Norvegia

thWar Children è un documentario  trasmesso dalla Rai nel 2008 all’interno della trasmissione “La Storia siamo noi” (alcune delle testimonianze si possono vedere qui: http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/video/le-testimonianze/1708/default.aspx). Sebbene non privo di imprecisioni, War Children costituisce un’utile ricostruzione di un fenomeno che interessò i paesi occupati dalla Germania durante la  seconda guerra mondiale (ma che come vedremo si legava alle radici più cupe e significative del fenomeno nazista) e che qui viene letto sotto la prospettiva nazionale norvegese, dove peraltro ebbe i caratteri più diffusi. I “figli della guerra”, cioè i bambini nati da relazioni tra militari tedeschi e cittadini dei paesi occupati, furono un elemento che quantitativamente (alcune centinaia di migliaia di bambini) e qualitativamente segnò la condizione dell’infanzia nel conflitto e l’identità stessa dei paesi interessati nel rapporto, sempre molto complessi, tra resistenza e collaborazione. In termini generali, però, si può dire che i war children furono l’effetto incrociato tra la politica demografica ed eugenetica nazista e i processi accelerati in termini di distruzioni umane quanto di ideologizzazione che il conflitto condusse con sé. Non tutto quindi iniziò con l’invasione della Norvegia – come il commento indica all’inizio – bensì con l’avvento del nazismo al potere. E su questo aspetto è necessario soffermarsi.

Tra le due guerre mondiali la Germania presentò uno dei più bassi indici di natalità in Europa. Ne derivò, in accordo a un’ideologia caratterizzata da una forte divisione dei ruoli e delle funzioni di uomini e donne, un notevole sforzo rivolto alla stabilizzazione della famiglia e a incrementarne il numero sia attraverso l’attività assistenziale sia attraverso una politica repressiva. Negli anni Trenta furono messe in atto diverse riforme in campo assistenziale. Furono introdotti prestiti matrimoniali, riduzioni d’imposta per le famiglie, assegni statali per i figli a carico. Tali misura, tuttavia, non risultarono sufficienti per incrementare la voglia o almeno la convenienza di mettere al mondo dei figli: dimostrazione che nella Germania nazista “il fatto di mettere al mondo dei figli era considerato una questione di interesse pubblico, ma i costi che ciò comportava continuarono ad essere una faccenda privata. I sussidi erano versati al padre e non alla madre, ritenendo “naturale” quindi meritevole di una compensazione economica la paternità; ma soprattutto “nessuna di queste misure doveva essere applicata universalmente, neppure agli uomini, dal momento che gli individui considerati ‘inferiori’ – ovvero i genitori e i figli ritenuti eugeneticamenteo etnicamente non idonei – ne erano esclusi” (1). Infatti, l’altra faccia della politica demografica nazista fu un feroce antinatalismo eugenetico, sostenuto a chiare lettere da Hitler nel Mein Kampf – “chi non è sano e degno di corpo e di spirito non ha il diritto di perpetuare le sue sofferenze nel corpo del suo bambino” (2) – e ribadito continuamente, dal 1933, dal ministro dell’Interno Frick, convinto che il 20 per cento della popolazione fosse razzialmente “indesiderabile”, percentuale che per alcuni “scienziati” nazisti poteva raggiungere addirittura il 30 per cento (3). Di qui l’applicazione di una sterilizzazione coatta di massa che in un decennio colpì circa 200 mila tedesche.

In quel processo, sul piano ideologico e materiale, un ruolo strategico dovevano svolgerlo le SS e non a caso sotto la loro egida nacque nel 1935 una delle più ambigue e controverse istituzioni della Germania nazista, il Lebensborn – letteralmente “sorgente di vita” – un insieme di cliniche aperte in Germania e poi anche nei territori occupati, descritte di volta in volta come bordelli, luoghi per la “procreazione forzata”, cliniche per l’assistenza per le ragazze madri ariane, organizzazioni per il rapimento, nei territori occupati, di bambini considerati ariani e per la loro “germanizzazione” (4). Prima dello scoppio della guerra, in verità con uno scarso successo, vennero aperte in Germania sei cliniche Lebensborn. Il loro obiettivo era di garantire alle ragazze e alle donne che fossero state in grado di dimostrare la loro “purezza” razziale – fossero o no sposate con membri delle SS, quindi comprese le ragazze madri – le migliori condizioni per partorire. Insomma, al motto “per noi sia sacra ogni madre di buon sangue”, quella rete di cliniche si poneva come il volto razziale della politica demografica di assistenza alla maternità già sviluppata nella Germania nazista. Ammantate di un’aura di segretezza, dovuta sia alla tradizionale atmosfera che Himmler voleva avvolgesse le SS sia alla necessaria riservatezza che sola poteva garantire alle ragazze madri (che spesso si dovevano allontanare dai villaggi) di avvicinarsi alle cliniche, il Lebensborn attirò immediatamente pettegolezzi e dicerie che avrebbero caratterizzato, anche nel dopoguerra, la limitata ma morbosa pubblicistica apparsa sull’argomento.

Come per molti altri aspetti della politica nazista, anche gli aspetti demografici subirono una notevole accelerazione dopo lo scoppio della guerra. I richiami di Himmler, alle SS in particolare, a un maggiore sforzo nella generazione di nuove leve naziste, apparvero sempre più presenti. Nell’agosto 1942, con ordine di Hitler, ritirò dal fronte gli ultimogeniti dandogli il compito di far sì che attraverso la nascita di bambini “di sangue buono” le loro famiglie non si estinguessero. Un mese dopo, parlando ai capi della polizia e delle SS sul fronte russo, ribadì la necessità che ogni famiglia dei membri dell’Ordine nero avesse almeno quattro figli e aggiunse: “Qualcuno chiederà: Reichsführer, che cosa dobbiamo fare con un uomo che è stato qui sei-otto mesi e che ha un figlio da una russa? Rispondo: bisogna esaminare ogni singolo caso. Se la ragazza è di razza buona, sarà accettato; se la ragazza è di razza cattiva l’uomo sarà cacciato e messo in prigione” (5). Fu abbastanza naturale, quindi, che con l’inizio della guerra e con l’occupazione dell’Europa il Lebensborn allargasse la sua attività. Creò sezioni in Norvegia, Olanda, Belgio e Francia, Lussemburgo, Austria con compiti in parte diversi da quelli svolti in Germania. Sebbene, anche in quel caso, coloro che si presentavano a quelle cliniche non fossero ragazze irretite, sedotte o violentate dai soldati di occupazione – sollecitate ad affidarsi all’organizzazione “per nascondere il peccato”, con le più ampie garanzie di anonimato e la promessa di poter rientrare, a parto avvenuto, nei Paesi d’origine, nondimeno i Lebensborn realizzati nei Paesi occupati non ebbero solo una funzione ideologicamente condannabile ma a volte si macchiarono di veri e propri crimini, come il rapimento dei bambini.

In Norvegia – invasa fin dal 1940 e dove è alto il numero di SS – il Lebensborn funzionò bene. Nella primavera del 1941 venne creato il primo centro con sede a Oslo e succursali a Mordegård presso Mergen Trondheim. La direzione e il personale erano tedeschi. Le altre cliniche furono aperte a Stalheim, Geilo, Klekken, Hurdal, Bærum. Alla fine della guerra i bambini con madre norvegese e padre tedesco erano circa 9 mila (6), le donne che avevano partorito nel Lebensborn norvegesi erano 6 mila, due terzi delle quali non sposate (7). In una lettera a Himmle del 1940, il direttore medico Ebner scriveva che “sarebbe altamente auspicabile, per l’allevamento di bambini previsto, trapiantare in Germania donne norvegesi razzialmente e politicamente desiderabili” (8). Altrettanto significativa era la risposta di Himmler: “Il trasferimento obbligatorio in Germania delle norvegesi che aspettano un bambino dalle truppe di occupazione tedesca sarebbe un’occasione unica. Questo procedimento fa parte del piano di trapiantare nel Reich un gran numero di donne puramente nordiche, perché una nordizzazione della Germania meridionale sarebbe più che auspicabile” (9).

Si sarebbe trattato, secondo Ebner, di trasferire in Germania non solo donne norvegesi messe incinte da soldati delle truppe di occupazione, ma le donne nordiche in genere, che più ancora delle tedesche, soprattutto di quelle del sud, corrispondevano alle caratteristiche razziali volute. Ciò che accadde, invece, fu il rapimento e la “germanizzazione” di bambini norvegesi, trasportati in Germania in appositi ospizi per bambini – Kalish nel Warthegau o Sonnenwiese in Sassonia – e poi dati in adozione. Josef Terboven, commissario del Reich in Norvegia, dava l’autorizzazione in tal senso ai Lebensborn il 28 luglio 1942 (10). Fu il caso di Turid, nata nel Lebensborn di Klekken nel 1942 (il suo numero fu Lebensborn 2022), all’età di pochi mesi trasferita a Sonnenwiese dove rimase fino al 1944, quando venne affidata a una famiglia tedesca. Riportata nel 1948 in Norvegia dall’Unrra – l’ente delle Nazioni Unite per il soccorso e la ricostruzione dei Paesi devastati dalla guerra – fu adottata ma fino a 21 anni non seppe nulla della sua vera identità. “Mi volevano risparmiare e proteggere – ha detto dei suoi genitori adottivi – Che cosa hanno ottenuto è stata diffidenza e amarezza. E silenzio” (11).

Nel complesso, nelle cliniche del Lebensborn non nacquero più di 12 mila bambini ai quali si devono aggiungere le molte decina di migliaia di altri portati via a forza dalle loro case, principalmente nel territorio del Governatorato generale, il cui passato venne cancellato e che furono “adottati” da famiglie tedesche. Quella operazione criminale – o almeno la più violenta e criminale compiuta dall’organizzazione Lebensborn – aveva l’obiettivo di ripopolare una Germania che la guerra stava decimando. Nel 1945-46 i bambini nati nelle cliniche del Lebensborn furono considerati “gli orfani del disonore”. Quelle piccole vittime del nazismo non ebbero diritti di cittadinanza, furono messe al bando nei loro paesi da società perbeniste che non perdonarono loro l’origine, o forse solo il fatto di essere testimoni “vivi” dei crimini nazisti. Tom era un bambino norvegese nato in una clinica Lebensborn. I suoi compagni lo chiamavano “Deutscheskind”, letteralmente “bambino tedesco” ma il cui significato dispregiativo lo avvicina al nostro “crucco”. A volte a scuola doveva alzarsi in piedi e dire: “Sono tedesco e non ho alcun diritto”. Laila aveva 9 anni nel 1953 e anche lei era nata in una clinica norvegese Lebensborn. La prima volta che andò al cinema gli altri bambini le gridarono di andarsene, di uscire; gli adulti l’aggredirono (12). Gerd, sette anni nel 1945 e che testimonia in War Children, veniva chiamata dai compagni “puttana tedesca”. In generale, i bambini dei Lebensborn sparirono nel caos del dopoguerra e, non avendo conservato tracce delle loro origini – distrutte dai rapitori o dalle équipes mediche – scomparirono in qualche brefotrofio, insieme a tanti orfani, ai tanti bambini senza genitori, ritrovati nell’Europa distrutta. Solo nel 1985 il ministero della Giustizia tedesco affermò i diritti dei bambini che volevano conoscere i loro genitori biologici e quindi molte persone poterono accedere ai documenti che li riguardavano. Alcune di quelle storie iniziarono a interessare i media e una decina di anni dopo la televisione tedesca ne diede notizia. Il 9 gennaio 1995 alcune testimonianze di bambini del Lebensborn, naturalmente ormai adulti e alla ricerca delle loro origini, vennero trasmesse dalla televisione nel servizio Lebensborn curato da Sibille Plogstedt. In realtà, già l’anno precedente sul canale France 2 era apparso un lungo servizio della regista Chantal Lasbats, Battaglione Lebensborn, sempre concentrato sulle testimonianze e sui percorsi delle vittime per ricostruire il proprio passato, ripreso dalla televisione italiana il 10 aprile 1997 all’interno della trasmissione “Mixer”.

Il documentario presentato da La Storia siamo noi si concentra sul periodo del dopoguerra e sulla condizione che i bambini e le loro madri conobbero all’interno di un paese come la Norvegia nel quale la resistenza era stata caratterizzata da una diffusa partecipazione e nel quale quindi ogni forma di contiguità con il nemico non solo doveva essere stigmatizzata ma espulsa dai processi di formazione dell’identità nazionale. In tal senso i war children subirono una condanna non dissimile da quella che, tra le due guerre, avevano conosciuto le vittime dell’eugenetica – che vale la pena ricordare investì come progetto non solo la Germania ma anche gli Stati Uniti e la Svezia, almeno sul piano delle pratiche – e come loro furono internati in manicomio, colpiti da pratiche e culture dell’esclusione e della marginalizzazione, fino al progetto stesso di deportazione di una buona parte di loro e che non si realizzò solo per l’opposizione dei paesi che dovevano accoglierli. Insomma, i bambini norvegesi figli di padre tedesco che nacquero durante la guerra non vennero considerati anch’essi vittime della guerra bensì complici e colpevoli dei danni prodotti dal conflitto stesso e dall’occupazione. Una contraddizione che nella civilissima Norvegia è rimasta sotterrata fino agli anni Ottanta ma che di fronte alla mobilitazione delle associazioni dei war children, nate appunto in quel periodo, ha prodotto una discussione parlamentare, le scuse pubbliche del governo e una legge per il risarcimento (contestato però dalle vittime per la sua esiguità).

  1. G. Bock, Il nazionalsocialismo, in AA.VV., Storia delle donne in Occidente. Il Novecento, Laterza, Roma-Bari, 1992, p. 196.
  2. Ibidem.
    1. Hitler, La mia battaglia, Bompiani, Milano, 1939 (I ed. tedesca 1925), p. 44.
  3. M. Burleigh, W. Wippermann, Lo stato razziale. Germania 1933-1945, Rizzoli, Milano, 1992, p. 213.
  4. Sulla loro vicenda, cfr. G. Lilienthal, Der «Lebensborn e. V.». Ein Instrument nationalsozialisticher Rassenpolitik, Fischer, Stuttgard, 1985 e per una sintesi L. Beccaria Rolfi, B. Maida, Il futuro spezzato. I nazisti contro i bambini, Giuntina, Firenze, 1997.
  5. C. Koonz, Donne del Terzo Reich, Giunti, Firenze, 1996, p. 392.
  6. V. Kjendsli, Kinder der Scande. Ein «Lebensborn Mädchen» auf der Suche nach ihrer Vergangenheit, Luchterhand, Hamburg, 1992, p. 41.
  7. G. Bock, Il nazionalsocialismo, cit., p. 197.
  8. M. Hillel, C. Henry, In nome della razza, Sperling & Kupfer, Milano, 1976, p. 147.
  9. Ibidem.
  10. M. Burleigh, W. Wippermann, Lo stato razziale. Germania, cit., p. 71.
  11. V. Kjendsli, Kinder der Scande, cit., p. 19.
  12. Ivi, pp. 117-118.

L’Arminuta resiliente

arminutaPer quanto termine abusato, è difficile sfuggire alla lettura de L’Arminuta senza pensare alla “resilienza”. Sono molte le possibili chiavi di lettura di questo romanzo: dal rapporto madre-figlia alla “sorellanza”, dalla scoperta dell’identità (domandarsi chi si è anagraficamente ma anche chi si è davvero) al dolore come strumento di crescita e di conoscenza. E tuttavia la protagonista, la bambina tredicenne che viene chiamata appunto l’Arminuta (cioè la ritornata), sembra incarnare nel senso migliore un percorso del genere. Proprio perché la resilienza non è semplicemente una capacità di reagire alle avversità, al dolore, alle fratture, ai traumi bensì qualcosa che si colloca anche in un ambiente, nelle possibilità e negli incontri che si realizzano, nel contesto che rende possibile e concreta questa forma di resistenza.

Il mondo dell’Arminuta si sgretola in un tempo rapidissimo. Da un lato, è costretta a prendere consapevolezza della complessità di un nuovo vivere: frantumato innanzitutto dalla scoperta di avere due madri, una biologica e l’altra che l’ha cresciuta fino a quel momento; reso incomprensibile dalla scelta di quest’ultima di riconsegnarla alla famiglia di origine senza sufficienti spiegazioni; affaticato dal dover entrare in contatto con un mondo che non solo non conosce ma che è profondamente diverso da le e  dall’ambiente sociale e culturale nel quale è vissuta, e nel quale anche le parole, i gesti, i comportamenti configurano nuovi e complessi vocabolari.

Dall’altra, il radicale passaggio da una vita tutto sommata agiata e borghese alla miseria più completa. E, a mio modo di vedere, è questo lo sguardo più efficace dell’autrice: aver saputo restituire – il racconto è ambientato nel 1975 – un mondo di disperazione, crudele e apparentemente insensibile, in realtà riflesso di una vita immersa nel niente, nell’assenza di tutti quei beni e possibilità di un paese che ha vissuto nei quindici anni precedenti il suo boom. È l’altra Italia del miracolo, qui raccontata in un Abruzzo che la geografia memoriale e storica di quegli anni normalmente non considera. Anche i personaggi più “cattivi” appaiono così il prodotto di una società dove la marginalità è condizione di vita, una sorta di stigma che si trasmette attraverso le generazioni, una società popolata da persone che rinunciano in partenza a una possibilità di mobilità sociale e la cui ferocia diventa una forma di ultima difesa della propria dignità.

La protagonista trova le energie per resistere ai traumi esistenziali, che questo insieme di fattori determinano, in vari luoghi e sentimenti. Le trova prima di tutto in lei stessa, in una lenta risistemazione della sua geografia interiore, che è anche capacità di rimodellare aspettative, attese e modalità di comunicazione con gli altri. Le trova nell’ascolto che riesce, nonostante tutto, ad attivare: guardando oltre la superficie dei comportamenti, imparando un linguaggio che non è solo di parole, anzi riuscendo a ribaltare il bisogno assoluto del linguaggio in una scoperta dell’essenzialità delle parole davvero importanti. Le trova soprattutto in Adriana, la sorella vera e acquisita nello stesso tempo: complici e protettive una per l’altra, finiscono per essere specchi della proprie fragilità e della propria forza. Sono qualcosa di più di una famiglia, sono una sorta di risarcimento reciproco alla fine dell’innocenza.

Sul diario e gli altri scritti di Anna Frank

71ioBIbTZxLDalla finestra dell’Alloggio Segreto, Anne Frank cerca continuamente il cielo, le strade, il volo degli uccelli, il passaggio delle persone, insomma la vita. Il suo sguardo va spesso a fissarsi sull’ippocastano che si trova nel giardino interno di un edificio vicino. Scrive nel suo diario alla data del 13 maggio 1944: “Il nostro castagno è in piena fioritura dai rami più bassi alla cima, è carico di foglie e molto più bello dell’anno scorso”. Quando è ormai uno degli alberi più antichi di Amsterdam con i suoi 170 anni, nel 2005 si scopre che è malato e la Fondazione Anne Frank chiede il permesso al proprietario di raccoglierne i semi, così che altri ippocastani possano crescere nelle scuole che portano il nome della bambina ebrea più famosa del mondo. Centocinquanta vengono donati nel 2009 al parco Amsterdamse Bos, altri stanno crescendo negli Stati Uniti. Nel 2010 l’albero viene abbattuto da una tempesta ma continua a vivere, in una sorta di immortalità, esattamente con il diario di Anne.

Il diario lo riceve in regalo il 12 giugno 1942, il giorno del suo tredicesimo compleanno. Scrive due giorni dopo che si tratta di uno dei doni più belli che abbia ricevuto e in un’annotazione di alcuni mesi dopo, quando sarà già nascosta, aggiungerà: “Sono molto, molto contenta di averti portato qui con me”. La famiglia Frank è ancora libera quando festeggia la bambina, sebbene il clima dell’occupazione tedesca inizi a farsi sentire. Nei primi giorni di luglio i tedeschi cominciano a convocare gli ebrei per impiegarli come manodopera in Germania (in realtà la destinazione è Auschwitz). Anche la sorella maggiore Margot viene chiamata: il 9 luglio 1942 i Frank lasciano la loro casa ad Amsterdam e si nascondono nell’Alloggio Segreto dove rimarranno fino all’irruzione dei nazisti il 4 agosto 1944.

Viktor Kugler, Miep e Jan Gies, Elisabeth Voskuijl, Johannes Kleiman invece non sono ebrei. Negli anni Trenta lavorano ad Amsterdam alla Opekta, la ditta fondata da Otto Frank, e sono loro che rischiano la vita per nascondere la sua famiglia e con loro altre quattro persone. Nella capitale olandese – considerata sicura perché è rimasta neutrale nel corso della prima guerra mondiale – la famiglia Frank, di origine tedesca, si è trasferita dopo l’avvento al potere di Hitler, a causa del quadro politico, della paura dei pogrom, delle difficili condizioni economiche. Otto è sposato dal 1925 con Edith Holländer e hanno due figlie, Margot Betti, nata nel 1926, e Annelies Marie, detta Anne, nata il 12 giugno 1929. La situazione dei 140 mila ebrei presenti in Olanda conosce un rapido peggioramento dopo l’occupazione tedesca nel 1940: le leggi prevedono il loro licenziamento dagli impieghi pubblici, limitazioni alla frequentazione delle scuole e nei movimenti, arianizzazione dell’economia. L’azienda di Frank si trova in Prinsengracht 263, un palazzo elegante che si affaccia su un canale, e dove nel fabbricato vicino è stato ricavato, da un previdente Otto, l’Alloggio Segreto.

E’ questo il luogo in cui Anne scrive il suo diario e i suoi racconti, che la Fondazione Anne Frank Fonds di Basilea ha raccolto (in un’edizione che include anche le lettere scritte tra il 1936 e il 1942, e una scelta del materiale iconografico esistente) in un’edizione completa, che comprende le quattro versioni del diario (Anne Frank, Tutti gli scritti, a cura dell’Anne Frank Fonds di Basilea, Einaudi, Torino, 2015). La prima (denominata a) è quella redatta direttamente da Anne. La seconda (b) è una versione rimaneggiata dalla stessa Anne quando, all’inizio del 1944, ascolta una trasmissione radio nella quale da Londra il ministro olandese dell’Istruzione Gerrit Bolkenstein chiede ai suoi concittadini di conservare la documentazione che testimonia le sofferenze patite dal popolo durante l’occupazione nazista, e fa esplicito riferimento ai diari. La terza (c) è quella pubblicata nel 1947, in una edizione curata dal padre, dove vengono tralasciati interi brani. L’ultima (d) è la più completa, curata dalla Fondazione e che tiene conto delle diverse versioni (e già apparsa, con la cura di Frediano Sessi, sempre per i tipi di Einaudi, nel 2002).

La scrittura per Anne è una forma di resilienza e di sopravvivenza. Innanzitutto a un ambiente, a uno spazio che sente come opprimente, che si restringe sempre di più con l’arrivo di nuovi inquilini. Secondariamente a una rete di relazioni adulte all’interno delle quali lei si sente oggetto di incomprensioni, di trascuratezza, e dove i litigi con la madre e con gli altri abitanti dell’Alloggio Segreto la conducono a un progressivo rinchiudersi nel mondo della scrittura, nel quale alle relazioni sociali e amicali sostituisce Kitty, amica sì immaginaria ma che in realtà non è una figura di fantasia bensì il personaggio di una famosa collana di libri per ragazzi dell’epoca. “Mentre la convivenza nell’Alloggio Segreto sembrava ridursi a faticosi ed estenuanti litigi, Anne Frank partì per la grande avventura della sua vita e divenne la scrittrice che, dopo la morte, avrebbe conquistato il mondo”, sottolinea in questo volume Mirjam Pressler nel suo saggio sulla Vita di Anne Frank (p. 549). E l’8 dicembre 1942 inizia a scrivere racconti: “Mi piace talmente – annota nel diario il 7 agosto dell’anno successivo – che continuo ad accumulare pagine scritte”. La scrittura diventa una sorta di ossessione, una sostituzione di un’esistenza chiusa e triste. Nasce in questo modo il cosiddetto “libro dei racconti”: fogli sparsi poi ricopiati in un quaderno che raccontano la vita dell’Alloggio secreto ma anche un mondo di fantasia.

Il Diario di Anne Frank viene pubblicato nel 1947 nei Paesi Bassi, nel 1950 in Germania e più o meno contemporaneamente in Francia, negli Stati Uniti nel 1952, in Italia nel 1954. L’accoglienza è decisamente tiepida in un’Europa, mentre negli Stati Uniti è un successo, accompagnato da una versione teatrale a Brodway (nel 1955) e poi da quella cinematografica (nel 1959). Il diario diventa un caso letterario mondiale (e Anne viene celebrata come testimone e scrittrice) ma anche, come ci racconta il saggio di Francine Prose in questo volume, oggetto particolarmente ambito dal negazionismo, così che ne consegue una lunga storia di accuse e di verifiche scientifiche. Ed è anche a causa di questo processo che ha origine l’edizione integrale e critica. Nel frattempo muore Otto Frank, novantunenne nel 1980, dopo aver istituito a Basilea l’Anne Frank Fonds che gestisce i diritti e utilizza i ricavati per scopi umanitari. Gli appunti originari sono invece depositati all’Istituto per la documentazione bellica dei Paesi Bassi, ad Amsterdam.

La storia della fortuna del diario è però legata a un ulteriore aspetto, che vale la pena ricordare. Nella breve quanto intensa esistenza all’interno dell’Alloggio Segreto, Anne visse un amore, quello con Peter van Pels, ed ebbe così le prime esperienze di un’educazione sentimentale e di emozioni che non poté coltivare. Che sia stato vero amore o no, non è comunque essenziale. Per i giovani di ogni generazione sono questa lettura e questa scoperta a rendere appassionante il diario: “Con la descrizione della sua storia d’amore – scrive ancora Pressler – ci ha lasciato un documento unico, la testimonianza di una ragazza che cresce e diventa donna, un documento che non venne influenzato e modificato, né idealizzato o ridimensionato da esperienze e giudizi posteriori, ma era la diretta e aperta trascrizione dei suoi struggenti desideri”.