Un tredicenne a Chelmno

untitled

Nel 1944 Simon Srebnik (nella foto) ha tredici anni, il padre è stato ucciso sotto i suoi occhi nel ghetto di Lodz e la madre nei forni del campo di sterminio polacco di Chelmno. Anche lui vi viene rinchiuso e diventa la mascotte delle SS. Alla liquidazione del campo le SS gli sparano ma, creduto morto, riesce a salvarsi.

 

È difficile da riconoscere ma era qui.

Qui si bruciavano le persone.

Molte persone sono state bruciate qui.

Sì, è qui il luogo.

Nessuno ripartiva mai.

I camion a gas arrivavano là…

C’erano due immensi forni…

e poi si gettavano i corpi in questi forni,

e le fiamme salivano fino al cielo.

Sì.

Era terribile.

Non si può raccontare.

Nessuno può

descrivere cosa è successo.

Impossibile. E nessuno può capirlo.

E io stesso, oggi…

Non riesco a credere di essere qui.

No, non posso crederlo.

Era sempre così tranquillo qui. Sempre.

Quando si bruciavano quotidianamente 2000 persone, ebrei,

era ugualmente tranquillo.

Nessuno gridava. Ognuno faceva il suo lavoro.

era silenzioso. Calmo.

Come ora

[…]

Avevo tredici anni,

e tutto ciò che avevo visto fino a quel momento

erano morti, cadaveri. Forse

non ho capito.

Se fossi stato più vecchio, forse…

Senza dubbio non ho capito.

Non avevo mai visto nient’altro.

Nel ghetto, vedevo… a Lodz, nel ghetto,

quelli che facevano un passo, cadevano, morti, morti.

Io pensavo: dev’essere così,

è normale, è così.

Andavo per le strade di Lodz,

facevo, diciamo cento metri, c’erano duecento morti…

La gente aveva fame.

Camminavano e cadevano, cadevano…

I figli prendevano il pane al padre,

il padre ai figli,

tutti cercavano di sopravvivere.

Allora, quando sono arrivato qui, a Chelmno, ero già…

tutto mi sembrava uguale.

 

[C. Lanzmann, Shoah, Fayard, Paris, 1985, p. 18; 115-116]

 

Ma gli ebrei non hanno la coda?

cesare_finziFerrara, giugno 1943. Cesare Finzi ha compiuto da pochi mesi tredici anni e deve sostenere l’esame di licenza media. Insieme a lui c’è il compagno di classe Nello Rietti, in mezzo ad altri cento-centocinquanta ragazzini agitati e vocianti nel grande corridoio dell’istituto.

Cesare e Nello hanno studiato alla scuola ebraica, dopo essere stati cacciati nel 1938 da quella pubblica, e hanno avuto come insegnante Giorgio Bassani. Cesare ricorda bene quella mattina del settembre 1938 quando suo padre lo ha mandato a comprare il giornale e legge sulla prima pagina del “Corriere della Sera” che i tutti gli alunni ebrei non potranno più andare a scuola. E ricorda le lacrime che gli scendevano mentre ripercorreva la strada per tornare a casa.

Per me furono uno schok. Le conseguenze più grosse le ho subite dopo il ’43, a tredici anni, ma non posso dimenticare il ’38. Ho ancora sotto gli occhi, il titolo del Corriere della Sera che diceva delle leggi razziali e dei bambini ebrei che non potevano più andare a scuola. Ero andato a comprarlo per il mio padre e mentre tornavo a casa guardavo questo titolo e mi venivano giù i goccioloni agli occhi.Per me furono uno schok. Le conseguenze più grosse le ho subite dopo il ’43, a tredici anni, ma non posso dimenticare il ’38. Ho ancora sotto gli occhi, il titolo del Corriere della Sera che diceva delle leggi razziali e dei bambini ebrei che non potevano più andare a scuola. Ero andato a comprarlo per il mio padre e mentre tornavo a casa guardavo questo titolo e mi venivano giù i goccioloni agli A fare l’appello, in quella mattina del giugno 1943, è il preside, il quale divide gli alunni in gruppi e li indirizza in classi diverse. I nomi di Cesare e di Nello non vengono pronunciati e loro rimangono lì, fermi, ad attendere che capiti qualcosa. Vedendoli così immobili, il preside li riprende bruscamente, chiedendogli perché non hanno risposto alla chiamata. I due ragazzini sono ovviamente timidi e non rispondono subito.

Poi Cesare prende un po’ di coraggio: risponde al preside che i loro nomi non sono stati detti forse perché sono ebrei. Infastidito ma obbligato a fare qualcosa, li manda nell’ultima classe, quella che non è stata ancora riempita completamente. Entrano insieme, libera due intere file e li sistema in fondo alla classe.

Quando entra una giovane professoressa, pensando che i due ragazzini si siano volontariamente sistemati in fondo all’aula per aiutarsi e magari copiare, gli impone di spostarsi ma entrambi le spiegano che è stato proprio il preside a sistemarli in quella posizione.

La classe  inizia a sghignazzare. La professoressa è interdetta, poi, forse mossa da pietà, aggiunge: “Beh, spostatevi di una fila, tanto non attaccherete la malattia”. “Ma scusi, quale malattia?”, chiede allora Cesare, ingenuamente. “Come, voi ebrei non avete la coda?”, risponde la professoressa.

Alla fine il tema viene dettato e l’esame viene superato da entrambi. Ma a raccontare di quella mattina sarà solo Cesare, che quando inizierà pochi mesi dopo la caccia agli ebrei riuscirà a nascondersi con la famiglia, mentre Nello sarà catturato, deportato e morirà nel campo di Buchenwald poco prima della liberazione.

 

L’intervista a Cesare Finzi si trova in http://www.shoah.acs.beniculturali.it/

La lezione (a me) di Liliana Segre

Liliana Segre

Con Liliana Segre ci siamo conosciuti (la foto è del 2017 ed è di Paolo Siccardi) nel 2002 a Firenze per parlare con insegnanti e studenti. Alla fine della mia lezione sui bambini nella Shoah, mi si accostò e mi spiegò che, pur avendo fornito un quadro a suo modo di vedere convincente, avevo dimenticato una cosa importante, ossia lo stupore. Sì, lo stupore dei bambini che entravano in mondi – e non solo quello del campo di sterminio – che non potevano comprendere, per i quali non avevano risorse e conoscenze, dove erano soli senza i genitori, le uniche guide e sicurezze possibili. È stata per me una lezione fondamentale, sia perché mi è stata regalata una chiave di lettura per cercare di comprendere una realtà così difficile, sia in quanto ha rafforzato in me la convinzione che quel mondo deve essere studiato tenendo sempre presente quella prospettiva e quello sguardo, il loro punto di vista, il loro modo di viverlo, rappresentarlo a se stessi e agli altri, le emozioni, le paure e tutto quanto può far parte dell’universo infantile.

“Tu con noi non puoi giocare perché sei ebrea”

rnegozioariano«Andavamo a mangiare dalle suore […] c’erano delle mamme e dei bambini. Ricordo con precisione di aver chiesto a questi bambini se potevo giocare con loro. E una bambina mi ha detto: “No tu vai via perché sei ebrea. Tu con noi non puoi giocare perché sei ebrea”». Abbiamo sentito, almeno una volta, un ricordo di questo genere, e ogni volta – questo vale almeno per me – credo sia emerso il disagio, la sofferenza e la rabbia che si associano naturalmente a queste storie, tanto più quando riguardano dei bambini.

Eppure vale la pena di ricordarlo perché questo piccolo episodio non si colloca nel 1938 bensì nell’immediato secondo dopoguerra, nel 1945 o nel 1946.

Lo racconta Jordanit Ascoli, nata nel 1939 in Italia e fuggita in Svizzera con i genitori nel 1943, che ritorna nel suo paese alla fine della guerra, con un grande carico di violenze psicologiche e di malattie fisiche. Il suo ricordo di quel momento prosegue in questo modo: «La mamma di questa bambina l’ha chiamata e le ha parlato sottovoce. La bambina è tornata e mi ha detto: “No, mi ha detto la mia mamma che adesso puoi giocare con noi anche se sei ebrea».

 

[la testimonianza di Jordanit Ascoli si trova in S. V. Di Palma, Bambini e adolescenti nella Shoah. Storia e memoria della persecuzione in Italia, Unicopli, Milano, 2004, p. 171]

7 dicembre 1941: Pearl Harbour nella memoria dei bambini americani

Pearl Harbor Anniversary

L’infanzia statunitense ebbe un vero shock dall’attacco a Pearl Harbour. Come sarebbe successo sessant’anni dopo con l’11 settembre, tutti avrebbero ricordato dov’erano e cosa avevano fatto il 7 dicembre 1941. Come recitava una canzone, cantata anche dai bambini: “Let’s remember Pearl Harbor as we go to meet the foe. Let’s remember Pearl Harbor as we do the Alamo”. La frattura non fu solo storica ma anche soggettiva e intima. I bambini videro il terrore negli occhi dei genitori, la paura e le lacrime, e non l’avrebbero mai dimenticato. Furono accompagnati dalla paura che i bombardamenti colpissero le città americane o che truppe nemiche potessero invadere il paese. Non solo in quei giorni molti di loro sentirono per la prima volta la parola “guerra”, spesso venne talmente ripetuta che una bambina di dieci anni protestò e si prese uno schiaffone dalla madre. Un’altra, Patty Neal, che di anni ne aveva nove, continuò a chiacchierare di altre cose mentre tutta la famiglia stava seduta intorno alla radio per sentire le notizie: “Io non la smettevo di parlare, e mia madre, che non mi aveva MAI messo le mani addosso, mi ha tirato uno schiaffo e mi ha detto “Patty! Oggi è un giorno che non ti scorderai mai!”.

Dal mio libro L’infanzia nelle guerre del Novecento (Einaudi, 2017)

Per approfondire: W. M. Tuttle jr., “Daddy’s gone to war. The Second World War in the Lives of America’s Children, Oxford University Press, Oxford, 1993

La memoria fotografica e un venditore di palloncini

varsavia-e1432892077204

Questa fotografia viene scattata nel febbraio 1941, nel ghetto di Varsavia, dal trentacinquenne Joe Julius Heydecker un soldato della Wehrmacht, inviato in Polonia con la compagnia Propaganda 689 come assistente di laboratorio fotografico. Nel ghetto vede intorno a sé i volti emaciati dei bambini, le teste chine dei passanti che devono togliersi il cappello quando passa un tedesco, i mendicanti di tutte le età lungo le strade, le stanze con decine di persone che le abitano, stese sul freddo pavimento. Heydecker, che non è un fanatico nazista, anzi per cultura e formazione sente di essere un “nemico” del regime di Hitler, decide così di documentare, con la macchina fotografica, la realtà del ghetto, convinto «che di tutte quelle infelici persone si fosse decisa, anzi premeditata, la morte».

Il centinaio di immagini che Heydecker realizza, vengono nascoste e conservate dalla moglie la quale, arruolatasi nel servizio civile, raggiunge il marito a Varsavia. Nel dopoguerra, Heydecker si mette subito in contatto con gli Alleati, parla il 4 novembre 1945 alla radio di Varsavia – portando la prima testimonianza oculare di un tedesco sugli orrori del ghetto –, diventa noto per un libro sul processo di Norimberga ma quelle fotografie rimangono chiuse in un cassetto. Solo quarant’anni dopo, ormai trasferitosi in Brasile, decide di pubblicarle, senza tuttavia trovare alcun editore tedesco disponibile. Una prima versione del volume di fotografie vede la luce nel paese sudamericano, poi nel 1983 esce anche l’edizione tedesca. Di questo reportage sul ghetto di Varsavia vi è anche una versione italiana (Il Ghetto di Varsavia. Cento foto scattate da un soldato tedesco nel 1941, La Giuntina, Firenze, 2000).

Le fotografie di Heydecker sono forse meno esemplari della violenza esistente nel ghetto rispetto, per esempio, a quelle scattate a Varsavia da un altro soldato tedesco, Heinz Jöst, nel settembre 1941, e caratterizzate dagli aspetti più disumani e crudeli, specie attraverso le immagini dei corpi scheletriti dei bambini riversi e morenti sulle strade. Tuttavia, Heydecker sembra voler testimoniare – specie attraverso l’insistenza sui volti – la sofferenza più profonda, quella dell’umiliazione, dell’offesa all’umanità e alla dignità. Vi è parallelamente una costante attenzione alla vita quotidiana, al gesto consueto, ad una sorta di normalità di cui lo stesso fotografo non riesce a dare conto dopo tanti anni, sapendo come poi in breve tempo le condizioni del ghetto e dei suoi abitanti sarebbero decisamente peggiorate.

Torniamo quindi a quella fotografia: nell’immagine dove un gruppo di persone sembra camminare compatto verso la macchina fotografica, emergono al di sopra delle teste alcuni palloncini: «In tutti gli anni passati – scrive Heydecker –, finché questa foto non fu ingrandita, se mi avessero domandato se nel ghetto mi ero imbattuto in un venditore di palloncini per bambini, avrei giudicato del tutto stravagante la domanda ed escluso la possibilità; tuttavia la fotografia lo prova: in principio c’erano ancora i palloncini nel ghetto di Varsavia. Bisogna essere prudenti coi ricordi».

La scomparsa del venditore di palloncini può essere accostata al verso di una poesia di un bambino di Terezin che recitava «le farfalle non vivono nel ghetto». Eppure i disegni, le poesie e le fotografie di Heydicker ci ricordano anche che il gioco, le pratiche e gli sguardi dei bambini sono strumenti di analisi e testimonianze di un passato nel quale altrimenti non avrebbero voce.

Sulla traduzione e sui ricordi di infanzia

lingua-salvataNelle prime pagine de La lingua salvata. Storia di una giovinezza (Adelphi, Milano, 1980, trad. di Amina Pandolfi e Renata Colorni), Elias Canetti scrive dei suoi ricordi di infanzia: “Tutti gli eventi di quei miei primi anni si svolsero dunque in spagnolo o in bulgaro. In seguito mi si sono in gran parte tradotti in tedesco. Sono eventi particolarmente drammatici, delitti e morti per intenderci, nonché i più grandi spaventi della mia infanzia, mi sono rimasti impressi nella loro fraseologia spagnola, ma in modo estremamente preciso e indistruttibile. Tutto il resto, vale a dire il più, e specialmente tutto ciò che era bulgaro, come appunto le favole, me le porto in testa in tedesco”. Aggiunge che non sa come sia avvenuto ma di una cosa è sicuro: “gli avvenimenti di quegli anni mi sono ancora presenti nella memoria in tutta la loro forza e freschezza – me ne sono nutrito per più di sessant’anni – tuttavia in grandissima parte sono legati a vocaboli che io allora non conoscevo”. Gli sembra naturale quindi metterli sulla carta, convinto di non deformare alcunché: “Non è come la traduzione letteraria di un libro da una lingua all’altra, è una traduzione che si è compiuta spontaneamente, nel mio inconscio, e poiché io evito come la peste questa parola che ha perduto ogni reale significato a causa dell’uso smodato che se ne fa, mi si voglia perdonare se l’adopero in questo solo e unico caso”.

Si può essere, anzi direi si deve essere , assai più dubbiosi di Canetti sulla spontaneità di quella traduzione, così come lo si deve essere nei confronti di ogni forma di traduzione. Al contrario, tutte le pagine che seguono in quel libro sono esattamente la dimostrazione di come la memoria si costruisce, dei complessi processi di selezione, consci e inconsci, della rappresentazione che ognuno quando scrive vuole dare di sé (la bella storia), del faticoso lavoro del tradurre. E tuttavia, Canetti ci ricorda qualcosa di molto importante. Che anche i ricordi hanno una lingua, verrebbe da dire una grammatica, e che la lingua infantile non è uguale a quella degli adulti, è in formazione come ogni altro aspetto, è assai più mutevole, è una straordinaria carta assorbente la cui magmaticità forse non siamo mai in grado di restituire ma di cui dobbiamo sempre ricordarci quando ne facciamo un uso pubblico o privato. Quello che spesso realizziamo è appunto un’opera di traduzione, dalla lingua dell’infanzia a quella degli adulti (come ovviamente avviene anche in Canetti) e in parte è inevitabile. Cosa e come si salva è dunque essenziale, è un’operazione psicanalitica, di scavo, di recupero lento e spurio, di consapevole e spesso indistricabile groviglio di passato e presente. Perduto o meno, quel tempo e quell’età hanno però un senso e una dignità in sé, non solo nell’immagine e nella rappresentazione che l’adulto vuole consegnare alla posterità.

Il piccolo contrabbandiere del ghetto

bambini-nel-ghetto-di-varsavia-690x1024

Henrika Lazowert, Il piccolo contrabbandiere

 

Attraverso fenditure e fessure, passando sopra al filo teso,

all’alba, alla luce del giorno e nel cuore della notte

affamato, ardito e saldo di cuore

striscio, mi insinuo nell’ombra, ci sono quasi

e sul più bello la mano del destino

mi afferra all’improvviso e troppo tardi mi accorgo

che sono solo un essere mortale.

Non attendere invano, mamma,

di udire la mia voce da lontano;

io non ritornerò, come altri,

la polvere della strada sfigurerà la mia tomba

perché il mio destino è segnato.

E sul mio viso è impresso un solo cruccio:

chi, cuor mio, ti avrà procurato il pane

per l’indomani?

 

I. Gutman, Storia del ghetto di Varsavia, Giuntina, Firenze, 1996 (trad. P. Buscaglione, C. Candela)

Sull’autrice della poesia: https://en.wikipedia.org/wiki/Henryka_%C5%81azowert%C3%B3wna