Il problema della sicurezza è un altro

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Nel XVI Rapporto di Cittadinanzattiva sulla sicurezza delle scuole, presentato qualche mese fa era scritto che nelle scuole italiane si registra un crollo ogni quattro giorni di lezione, tre scuole su quattro sono senza agibilità statica, e solo una su venti è in grado di resistere a un terremoto.  Per una sintesi, si veda questo articolo: http://www.vita.it/it/article/2018/09/27/sicurezza-nelle-scuole-un-crollo-ogni-quattro-giorni/149162/ (da cui è tratta anche l’immagine).

Questa mattina è successo di nuovo vicino a Napoli (https://www.lastampa.it/2019/04/17/italia/crolla-una-parete-a-scuola-alcuni-bambini-feriti-nel-napoletano-uVGQ2HZwsk024fh3nYk8CM/pagina.html). Sono rimasti contusi cinque bambini e la maestra incinta. Hanno raccontato a “Il Mattino” i genitori  che “i bambini di terza elementare si sono rifugiati nell’atrio, erano sotto choc, piangevano e raccontavano di aver sentito un boato e di aver visto la parete crollare sulla maestra di sostegno”.

Il governo Renzi aveva detto che avrebbe messo in sicurezza tutte le scuole, e non è accaduto. In compenso questo governo ha cancellato la task force che se ne doveva occupare (https://www.repubblica.it/scuola/2018/07/05/news/scuola_governo_renzi_edilizia_sicurezza-200919067/).

Insomma, smantellare la scuola pubblica è ormai da anni un obiettivo, più o meno nascosto. E se non ci si riesce con le leggi, magari bastano i muri che cadono.

L’antisemitismo dei bambini è l’antisemitismo dei genitori

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A Ferrara, un bambino di religione ebraica è stato aggredito da un compagno con una frase antisemita che il “Resto del Carlino” riporta in questo modo: “Quando saremo grandi faremo riaprire Auschwitz e vi ficcheremo tutti nei forni, ebrei di…» (https://www.ilrestodelcarlino.it/ferrara/cronaca/ebreo-bambino-1.4544858).

Lo stesso giornale riporta la dichiarazione di Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane: “Questa aggressione è una preoccupante cartina di tornasole del clima di latente antisemitismo che aleggia anche nelle scuole. Un abisso verso cui ci stiamo calando tutti”. E prosegue, parlando di “una marea di odio che sento palpabile [che] mi spaventa ancora di più perché questo sentimento evidentemente alberga anche tra i bambini”.

Non credo proprio che tra i bambini alberghi un sentimento antisemita. Il problema è quali anticorpi  hanno dato loro i genitori, la scuola, la televisione, la politica, in tutte le forme possibili.

Perché la diffusa legittimazione di un linguaggio e di immagini razziste; un discorso pubblico che anziché condannare mette sullo stesso piano idee inconciliabili, confondendo l’intransigenza con l’intolleranza; lo svilimento degli stessi fondamenti democratici della Repubblica, cone il 25 aprile e l’antifascismo; la separazione, l’esclusione e la disumanità con cui si parla – ancor prima di agire – di migranti, profughi o rom: ecco, tutti questi elementi sono responsabilità degli adulti, genitori e non.

I bambini non sono però passivi recettori dei discorsi adulti ma attori che rielaborano e agiscono nella realtà sulla base di ciò che imparano, vedono, pensano. E la pedagogia non è una cosa buona in sé, dipende essenzialmente dai contenuti, dai valori e dagli strumenti che la società, la scuola, la famiglia (qualunque sia la forma che voglia assumere) e i singoli individui vogliono trasmettere.

 

Un’altra sfida (vinta) di Frediano Sessi

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Nulla è indicibile, tutto si può dire e raccontare. Il problema è trovare le parole e sapere che alcuni temi sfidano la capacità umana di comprensione e di assimilazione. Ma affermare che qualcosa sia indicibile è contro la storia e ha come conseguenza di espellere dalla conoscenza ciò con cui invece dobbiamo confrontarci.

Frediano Sessi lo fa da sempre, da storico e scrittore, in un’immersione faticosa e dolorosa quanto necessaria nella storia e nella letteratura della Shoah. Con Auschwitz Sonderkommando. Tre anni nelle camere a gas (Einaudi Ragazzi, 2019) fa un passo ulteriore, entrando con chiarezza e delicatezza nel luogo stesso dello sterminio, nelle camere a gas e nei crematori di Auschwitz, nella vita e morte del Sonderkommando.

Sessi racconta, in forma letteraria ma con analiticità e acribia di storico (la vicenda è ricostruita sulla base degli atti del processo di Francoforte nel 1964), la storia di Filip Müller, un ebreo slovacco, che a ventun’anni, nel 1942 venne deportato nel Lager nazista in Polonia dove per tre anni fece parte del Sonderkommando, ossia del gruppo che si occupava nei crematori di bruciare i cadaveri degli ebrei assassinati dai nazisti.

Il suo è un racconto di un dialogo tra lui e Johanna, una giovane infermiera tedesca che  si prende cura di lui e del suo racconto, che amorevolmente lo porta a far emergere ciò che vorrebbe dimenticare. Negli incontri che si dipanano dalla liberazione campo di sterminio al processo di Francoforte nel 1963-64 contro ventidue imputati per i crimini commessi ad Auschwitz, le sue parole si trasformano nel bisogno civile e umano di raccontare perché rimanga traccia e non si dimentichi Auschwitz e la Shoah.

Ma è anche qualcosa di più, ossia il bisogno che la vicenda degli uomini del Sonderkommando non sia confusa con quella degli assassini, anzi che proprio in ciò che furono costretti a fare risieda uno dei crimini esemplari del nazismo. Per questo Sessi fa raccontare a Filip anche dell’antisemitismo polacco e della ritrosia della Resistenza a intervenire. Per questo dedica pagine intense alla rivolta del Sonderkommando nell’ottobre 1944 e alla feroce repressione delle SS.

Sessi non toglie nulla alla brutalità della Shoah e di Aushwitz ma riesce a farlo con le necessarie mediazioni linguistiche e con l’umana delicatezza che bisogna avere quando si parla ai ragazzi. Senza nascondere nulla ma anche evitando che l’orrore li invada inibendone ogni pulsione e interesse alla conoscenza. E di questo – e di tutto il resto – dobbiamo ringraziarlo.

 

 

I bambini reclutati nella guerra in Yemen

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Qui di seguito i link a una serie di report e articoli sul coinvolgimento dei bambini nella guerra in Yemen:

https://www.aljazeera.com/news/middleeast/2019/03/exclusive-yemeni-child-soldiers-recruited-saudi-uae-coalition-190329132329547.html

https://www.lastampa.it/2019/04/02/esteri/ahmed-e-gli-altri-migliaia-di-bimbisoldati-reclutati-per-combattere-i-ribelli-in-yemen-B6evcXHeA8LCcvbB2oUJ1I/pagina.html

https://www.corriere.it/esteri/19_marzo_25/bambini-soldato-scuole-distrutte-quattro-anni-guerra-yemen-6a89d490-4e3b-11e9-8f3f-b71cad3f7934.shtml

https://www.unicef.it/doc/8619/yemen-un-inferno-per-i-bambini.htm

https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/nord-africa-e-medio-oriente/yemen

 

Il sogno patriottico di Cinessino

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Il Sogno patriottico di Cinessino è un cortometraggio di Gennaro Righelli, prodotto dalla Cines nel 1915. Il tema è la mobilitazione dell’infanzia per la guerra coloniale dell’Italia in Libia ma si inserisce nel filone dei cortometraggi prodotti a partire dall’esplosione della prima guerra mondiale e che hanno come protagonisti i bambini.

Cinessino, di famiglia borghese, viene portato a dormire da una domestica. Prima di addormentarsi, legge sul giornale che il padre è stato catturato dal nemico. Sogna così di vestirsi da bersagliere e di avere una spada per combattere. Prima di partire, prepara una lettera di addio alla mamma in cui scrive: “Sono anch’io fratello d’Italia”. Poi prende i soldi dal salvadanaio (segno del sacrificio per la patria) e parte dalla sua stanza. Saluta però la sua scimmietta di pezza, facendo finta di asciugargli le lacrime.

Giunto a Bengasi, lo vediamo al campo che scrive una lettera alla mamma: “Appena avrò ammazzato tanti arabi ritornerò”. Insieme a due soldati si dirige al campo di battaglia dove viene aggredito alle spalle da due arabi: ne uccide uno con la baionetta (e infierisce sul corpo per finirlo), l’altro invece riesce a scappare. Ottiene così una medaglia. In una battaglia immediatamente successiva salva la bandiera e il papà. Poi si sveglia e dice alla mamma: “Sai che ho salvato la bandiera e papà”.

Esempio di una infanzia mobilitata e mobilitante, Cinessino non è in realtà un bambino in guerra ma un bambino che si è fatto improvvisamente adulto e che non sembra essere percepito diversamente dagli altri soldati. Torna a essere bambino solo quando incontra il padre e a quel punto è come se si lasciasse andare agli abbracci e alla sua infanzia. L’altro tema è il sogno che costituì una ricorrenza nella rappresentazione del rapporto tra infanzia e guerra, come sarebbe stato evidente nel cortometraggio più significativo di quel periodo, ossia La guerra ed il sogno di Momi (1917).

 

Nel Catalogo Cines del 1915, Il Sogno patriottico di Cinessino viene raccontato così: “La casa è triste e pare vuota! Il babbo è lontano… è laggiù sulla nuova terra italiana e combatte da prode! La mamma è melanconica e spesso ha gli occhi rossi, ma Cinessino non piange. Oh, il babbo tornerà e vincitore con tante medaglie! Notte: Cinessino non dorme, ma pian piano i suoi occhi infantili si chiudono al sonno e la piccola mente vivace si apre ai sogni gloriosi! Tutti applaudono lui, che passa tutto fiammante nella bella divisa da bersagliere. Monta in treno e via verso le coste libiche. Eccolo di vedetta. Il cuore non trema. Due ombre… sono beduini. Cinessino avanza ed uno cade sotto l’infallibile baionetta, l’altro fugge. Una bandiera è in pericolo, ma è difesa eroicamente da un ufficiale. Egli corre e la baionetta compie altri miracoli. La bandiera è salva e con essa l’ufficiale valoroso. Oh, gioia! È suo padre. Cinessino gli ha salvata la vita! Ecco il generale che gli appunta sul petto la medaglia! Una mossa brusca! Aimé, Cinessino apre gli occhi e li gira stupito tutt’attorno… tutto scomparso. Eppure, egli potrebbe fare tutto quello che ha sognato… Buon sangue non mente!”

Verona e Veronesi

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A leggere le cronache sul congresso di Verona – non quello della Repubblica sociale del novembre 1943 dove gli ebrei italiani furono dichiarati “nemici” ma sempre di nemici si parla anche oggi – l’aspetto che a me colpisce di più è l’intreccio e il miscuglio di condanne della legge sull’interruzione di gravidanza, del divorzio, degli omosessuali e lesbiche, di ogni forma di famiglia che non sia quella “tradizionale”, il tutto soprattutto condito da idee pseudoscientifiche.

Se un governo non dovrebbe partecipare gioiosamente a un’assise che denuncia in modo così palese le conquiste civili che vengono riconosciute come patrimonio collettivo, appaiono invece ipocrite le parole dette e le distanze prese dal Movimento 5 Stelle, dato che è difficile non considerare il ruolo da loro avuto nell’attacco al pensiero scientifico e nella diffusione di un’idea ignorante quanto pericolosa che la libertà di opinione si può trasformare in scienza sulla base di un voto di maggioranza.

Ma come rispondere all’aggressione ai diritti e al buon senso che proviene da Verona? Per giorni ho pensato che la cosa migliore fosse non dargli alcuna pubblicità sui social, poi questa mattina ho letto che proprio oggi e domani la Fondazione Veronesi si attiva per raccogliere fondi per la ricerca sulle malattie pediatriche e in particolare per i tumori (https://www.fondazioneveronesi.it/come-aiutarci/evento-di-piazza).

Laura Montanari ne parla su “la Repubblica” (Leucemie infantili tecniche mirate e più speranze) scrivendo che “Ogni anno in Italia si ammalano di cancro circa 1500 bambini e 800 adolescenti, le guarigioni si assestano sul 90 per cento per malattie del sangue e linfomi”. Insomma oggi, grazie alla ricerca scientifica, per i bambini è più facile guarire.

Di fronte a un governo che pensa che la cittadinanza a un bambino sia legata al suo eroismo, di fronte al parallelo disinteresse verso quei bambini che muoiono nel Mediterraneo o si vorrebbe respingere, di fronte a un’idea di infanzia distorta e strumentale che arriva da Verona, forse vale la pena di aiutare i Veronesi nelle manifestazioni a cui parteciperanno oggi e alla Fondazione Veronesi per sostenere la scienza che i bambini vuole farli stare bene e non gli interessa usarli per fini politici.

I bambini per strada non sono un problema per la Giunta Appendino

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Qualche giorno fa tre bambini di 6, 8 e 9 anni si sono trovati a vivere a strada. In una casa di un quartiere della periferia di Torino è arrivato un fabbro, ha cambiato la serratura e una famiglia di cinque persone non ha avuto più, nel giro di due ore, una casa dove stare. Il padre, Gentian, è di origine albanese ed è regolarmente in Italia. Ha avuto un sacco di guai: gli è morto il padre e ha dovuto pagare perché la salma fosse riportata nel suo paese, ha perso il lavoro, si è ammalato. Con il reddito di povertà di 500 euro negli ultimi mesi ha potuto a fatica comprare da mangiare.

Ai tre bambini, i genitori hanno detto che la casa ha bisogno di essere ristrutturata. Sono in lista per la casa popolare, anzi sono in buona posizione ma deve ancora esaurirsi la graduatoria del 2012. Fino al 2020, almeno, nessuna speranza di avere una casa, insomma. A occuparsi di questa famiglia, in questi giorni, sono i volontari della Conferenza di San Vincenzo della parrocchia don Murialdo. Le istituzioni non ci sono e quando ci sono appaiono imbarazzanti.

Alla giornalista de “La Stampa, l’assessore alle politiche sociali e abitative di edilizia pubblica, Sonia Schellino, replica che “la responsabilità dei minori spetta ai genitori”. E aggiunge: “Quando la città non ha immediata disponibilità in emergenza abitativa, e in presenza di reddito da parte della famiglia, può accadere che le persone trovino autonomamente e per un periodo limitato una collocazione temporanea in attesa della costruzione di un progetto di accompagnamento all’abitare”.

L’articolo de “La Stampa”, di cui non ho trovato alcun seguito né dichiarazione politica: https://www.lastampa.it/2019/02/20/cronaca/famiglia-con-tre-bambini-finisce-in-strada-il-comune-troppe-emergenze-siamo-travolti-oATMgg9D6kaGlWG1vO7vWI/pagina.html

16 febbraio 1938: Mussolini contro gli ebrei, primo atto

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La prima presa di posizione ufficiale del fascismo e di Mussolini contro gli ebrei è il testo dell’“Informazione diplomatica” n. 14 del 16 febbraio 1938. In questa nota – che come le precedenti e le successive ha la funzione di far conoscere l’opinione del regime su determinate questioni internazionali – dopo aver escluso misure di ogni genere contro gli ebrei, alla fine vi è scritto: “Il Governo si riserva tuttavia di vigilare sull’attività degli ebrei venuti di recente nel nostro Paese e di far sì che la parte degli ebrei nella vita complessiva della Nazione non risulti sproporzionata ai meriti intrinseci dei singoli e all’importanza numerica della loro comunità”. Un ebreo ogni mille italiani – così come verrà esplicitamente detto nell’“Informazione diplomatica” n. 18 del 5 agosto 1938 – è la misura del peso che essi devono avere.