I 62 bambini ebrei deportati da Borgo San Dalmazzo ad Auschwitz

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Su ordine del maggiore Joachim Peiper, il 16 settembre 1943 l’ex caserma degli alpini Principe di Piemonte a Borgo San Dalmazzo viene trasformata in campo di concentramento per raccogliere gli ebrei che hanno compiuto la lunga marcia dalla Francia meridionale per trovare rifugio in Italia. I tedeschi, che hanno già occupato tutta la zona, gli intimano di presentarsi. È il capitano delle SS Müller a convocare il segretario comunale di Borgo San Dalmazzo e a dettargli il testo che deve apparire sul manifesto:

“Entro le ore 18 di oggi tutti gli ebrei che si trovano nel territorio di Borgo San Dalmazzo o di altri comuni vicini devono presentarsi al comando germanico di Borgo San Dalmazzo, caserma degli alpini. Trascorso tale termine gli ebrei che non si saranno presentati verranno immediatamente fucilati. La stessa pena toccherà a coloro nella cui abitazione tutti gli ebrei verranno trovati”.

L’ufficiale rilegge il testo e fa cancellare la parola “ebrei”, sostituita con “stranieri”, forse perché conta sulla delazione degli abitanti della zona che non sanno riconoscere un ebreo. Circa un terzo dei profughi si consegna, una parte viene rastrellata dalle SS, molti cercano un rifugio oppure entrano nelle formazioni partigiane. Tra questi ultimi c’è la dottoressa ebrea Bronka Halpern, che decide di rimanere in Valle Stura, diventando la “dottoressa dei partigiani” e che ricorda quei giorni a Entraque e Valdieri:

“Si misero, revolver alla mano, in mezzo alla piazza e fermavano gli ebrei che si erano già radunati. […] In poco tempo, nei due paesi, furono raccolti da pochi tedeschi più di 400 ebrei. Molti si consegnarono liberamente, spaventati dalla presenza assidua di soldati tedeschi e dall’avvicinarsi dell’inverno, della neve e del gelo. Dove sarebbero andati con i vecchi e i bambini? Non conoscevano il paese, la lingua e dappertutto c’erano tedeschi. Questo logico ragionamento fu alla base del crollo del loro coraggio e di ogni volontà di lotta. Si compì così il triste destino dei profughi nel nono giorno della loro fuga”.

Per coloro che fuggono e si nascondono la solidarietà delle persone diventa essenziale per riuscire a sopravvivere. Figure come Giuseppe Meinardi e don Viale segnano la differenza tra la vita e la morte.

A Borgo vengono internati 349 ebrei (e a essi si aggiungono gli ebrei di Cuneo rastrellati ma poi inspiegabilmente rilasciati), e rimangono nel campo di transito dal 18 settembre al 21 novembre. Pur essendo un luogo sotto l’autorità nazista, il campo viene gestito e organizzato in parte dagli italiani. Una presenza che corrisponde alla volontà, espressa con chiarezza in quei giorni, del prefetto di Cuneo preoccupato del massiccio afflusso di persone in provincia, e che affida la sorveglianza del campo ai Carabinieri.

L’amministrazione comunale – che chiede peraltro il rimborso di parte delle spese sostenute alla Comunità ebraica di Torino – provvede a una parte dei bisogni del campo. Bisogni peraltro assai limitati, considerando le condizioni nelle quali gli internati sono costretti a vivere: le zecche e i topi imperversano in una situazione igienica precaria; cibo e legna scarseggiano; le persone dormono per terra su pagliericci, I tedeschi però concedono l’assistenza dall’esterno, le fughe non hanno conseguenze drammatiche, i malati sono condotti negli ospedali di Borgo o di Cuneo. Cinquecentocinquanta lire sono donate dalla Comunità torinese per coprire le spese sostenute dall’amministrazione locale per l’autoambulanza che trasporta un bambino di sette anni internato, Gerard Zynger, all’Ospedale neuropsichiatrico di Racconigi, in quanto affetto da neuropatia grave, e che scamperà alla deportazione.

A Borgo non vi è un uso sistematico della violenza come invece accadrà a Fossoli, a Bolzano o alla Risiera di San Sabba. Tuttavia non mancano episodi gravi come la morte dell’anziano cuneese Vittorio Norzi che trasportato il 28 settembre al carcere di Cuneo con abiti leggeri è colpito dalla polmonite, lasciato senza alcuna assistenza per una notte intera nel campo di Borgo, infine condotto in ospedale dove però muore. Oppure come uno dei due ragazzi aiutati da Giuseppe Meinardi, ai quali i tedeschi rompono un braccio.

I bambini rinchiusi nella caserma di Borgo San Dalmazzo sono sessantadue: il più “vecchio” è Rifka Golombek, nato a Byalistok in Polonia nel 1929, che si trova nel campo con la sorella Anna Perla, di un anno più giovane; il più piccolo è Daniele Szatkownik, nato a Saint Martin Vésubie quattro mesi prima da genitori tedeschi. Solo il giorno prima di Daniele è venuta alla luce Evelina Loerber, di origine austriaca, arrestata insieme ai genitori e alla sorellina Alice, di tre anni, a Entraque. La madre e le due bambine vengono deportate, mentre il padre, Oscar, si salvò e combatte con i partigiani della banda Sabem. Nel campo di transito di Borgo, cinque bambini hanno meno di un anno, 24 ne hanno da uno a cinque, 17 da sei a dieci, 16 da undici a quattordici.

Alle 14 del 21 novembre, dopo una preparazione di diverse ore, parte da Borgo San Dalmazzo un convoglio tra i cinque e gli otto vagoni, sui quali sono strette 328 persone, ventuno in meno rispetto a quelle che sono state rinchiuse nella caserma: alcune sono riuscite a fuggire, altre sono morte, altre ancora sono ricoverate all’ospedale di Cuneo e vengono risparmiate, a differenza delle quarantuno che si trovano all’ospedale di Borgo e che sono quasi tutte caricate sul convoglio. Tra queste ultime Beatrice Podolsky, di 5 anni; Bella Josefowicz, che avrebbe compiuti due anni il 28 dicembre e che viene inghiottita dalle camere a gas qualche giorno prima; Evelina e Alice Loerber; Tobia Grünfeld, di nove mesi, insieme al fratello Enrico, di tre anni; Joseph Tarnowsky, di un anno, che è stato internato con il fratellino Renato, che compì quattro anni nella caserma di Borgo.

In mezzo a quei bambini c’è anche Jean Maurice Saltiel, che ha poco più di un anno e la cui immagine viene fermata dalle parole di Suor Carità, che lavorava all’ospedale e nella cui mente sono rimaste impresse in modo particolare le madri e i bambini, che difficilmente avrebbero potuto resistere alle gelide notte della caserma: «Ricordo una giovane coppia con un bambino di pochi mesi, Jean Maurice. Si chiamavano Saltiel. Il piccolo, Nani, così lo chiamavano in ospedale, imparò a camminare in quei giorni. Tutta la famiglia fu deportata: si salvò solo il padre che tornò a Borgo pochi mesi dopo la fine della guerra e ci raccontò la triste fine dei suoi congiunti».

Nell’ospedale di Borgo sono ricoverati anche Betty Gallant, di quattordici mesi, Albert Munier, di due, e Berthold Rolland, di un anno, ma non vengono deportati. La deportazione è diretta a Drancy e da lì gli ebrei, dopo un mese di internamento, sono trasportati ad Auschwitz. Sopravvivono 19 adulti. Dei 62 bambini partiti la mattina del 21 novembre da Borgo San Dalmazzo, non ne tornerà nessuno. 

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